Dario Levanto ai microfoni di SuperNews: “Tonali centrocampista completo. Il mio gol più importante? Quello al Messina nell’88..”

Pubblicato il autore: Francesca.Capone. Segui


SuperNews ha intervistato Dario Levanto, ex centrocampista di Avellino, Latina e Lecce, squadra che nei suoi anni di gioco, nella stagione 1984-1985,  fu promossa in Serie A. Il nostro intervistato ha ripercorso le tappe della sua carriera calcistica, dagli anni del calcio giocato a quelli più recenti in veste da allenatore.

Come è nata la tua passione per il calcio?
Prima la passione per il calcio nasceva principalmente in strada. Penso che tutti, da piccoli, almeno una volta abbiamo giocato a calcio per strada. Oggi i tempi sono cambiati, sempre più raramente si vedono bambini giocare come giocavamo noi.

Il tuo ruolo è stato quello del centrocampista. Chi, nel calcio di oggi, psossiede le caratteristiche che lo rendono uno dei migliori, in questo ruolo?
Sono diversi i fattori da tenere in considerazione. Ci sono centrocampisti più capaci da un punto di vista tecnico, chi da un punto di vista fisico, atletico, ecc. Credo che, al momento, Sandro Tonali del Brescia sia uno dei più completi in questo ruolo: è un centrale con ottime qualità tecniche, fa molto bene sia davanti la difesa sia dietro le punte.

Nella stagione 1984-1985 hai giocato nel Lecce, partecipando alla promozione della squadra dalla Serie B alla Serie A. Che ricordi hai di quell’evento?
Ho vissuto a Lecce anche gli anni prima della promozione. Quello che ricordo è la grande unione del gruppo. Eravamo grandi amici, una vera famiglia. Quello giallorosso era un ambiente che legava e teneva insieme tifosi, società, calciatori. Era un ambiente diverso rispetto a quello attuale, c’erano dei legami molti forti, che prescindevano dalla sola carriera calcistica.

Con l’Avellino hai disputato due campionati, dal 1991 al 1993. Con chi avevi stretto grande amicizia? Hai mantenuto i rapporti?
Ho avuto un buon allenatore, Francesco Oddo, papà dell’ex calciatore Massimo. Inoltre, con me era in squadra anche Miggiano, compagno di squadra anche nel Lecce. Ho dei bei ricordi dell’esperienza ad Avellino.

Nel 2001 approdi al Latina. Come è nata la scelta di giocare in questa squadra?
Mi ha chiamato un mio vecchio allenatore, proponendomi di giocare per il Latina. Anche se sentivo di essere arrivato alla fine della mia carriera, volevo giocare e mettermi ancora in discussione. A Latina sono rimasto per quattro anni, ho anche allenato nel 2006. Quando giocavo, ho avuto il piacere di essere allenato da Santin. Sono stati anni bellissimi.

Il tuo gol del cuore?
Nell’87-88, il gol al Messina che diede al Lecce la matematica promozione in Serie A.

Cosa ti ha spinto, dopo aver appeso le scarpette al chiodo, di intraprendere la carriera da allenatore?
Credo che ci siano persone più portate ad allenare rispetto ad altre. Io mi sentivo portato per farlo, mi piace molto. Negli ultimi anni di calcio giocato, ero un allenatore in campo. La passione per questo sport mi ha spinto ad iniziare questa nuova avventura, anche se non semplice, dal momento che quando sei allenatore hai a che fare con tante teste diverse. Inoltre, è cambiato l’atteggiamento dei calciatori nei confronti dell’allenatore: prima si dava piena fiducia al proprio mister, oggi invece ci si deve confrontare con problematiche, nuove e diverse fra loro, che spesso ostacolano un rapporto di questo tipo.

Quale squadra che hai allenato ti ha dato più filo da torcere?
Allenare è un mestiere molto difficile, che impegna 24 ore su 24. Credo che tutte le squadre diano del filo da torcere. L’allenatore deve saper gestire i rapporti con i ragazzi, con la società e con tutto l’ambiente che gira intorno a quella realtà.

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