Francesco Totti: “Mi dispiace tantissimo non essere più dentro la Roma. “Ora ci sono meno campioni e più giocatori costruiti”

Pubblicato il autore: Andrea Riva Segui


L’ex capitano e bandiera della Roma Francesco Totti nei giorni scorsi ha concesso un’intervista a Walter Veltroni su “Sette” settimanale del Corriere della Sera dove ha raccontato molte cose interessanti, soffermandosi soprattutto su due suoi compagni di squadra ovvero Daniele De Rossi e Antonio Cassano, parlando del presente dove per ora non lo vede protagonista nella società dove è nato, cresciuto e giocato per venticinque anni, del tecnico Luciano Spalletti con il quale negli ultimi anni ha avuto molti problemi, della sua famiglia e infine del giorno dell’addio al calcio giocato.

Francesco Totti, le sue parole a “Sette”

ROMA: “Mi dispiace tantissimo non essere più dentro la Roma. Tantissimo. Per me era non dico la seconda casa ma quasi la prima. Sono cresciuto là e morirò lì dentro. Per me era impensabile un giorno cambiare strada e andare via da Trigoria. Ma stavo con le spalle al muro, non potevo sottrarmi, dovevo prendere questa decisione. Drastica, brutta, però ho dovuto farlo per rispetto a me stesso. E ai tifosi”.

DE ROSSI: “Daniele, gran giocatore, è stato un fratello, è sempre stato mio tifoso. Quando giocavo lui faceva il raccattapalle e, come ha detto lui, sono sempre stato un suo idolo. Siamo cresciuti quasi insieme. Mi dispiace che abbia fatto il Capitano per così poco tempo. Gli ho fatto un po’ da tappo, ma non è stata colpa mia“.

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CASSANO: “Antonio è stato il giocatore con il quale mi sono divertito più di tutti, abbiamo fatto delle cose impensabili, da circo. Però per me lui si è espresso al trenta, quaranta per cento delle sue potenzialità. Gliel’ho sempre detto: se lui mi avesse ascoltato un po’ di più, avrebbe fatto la mia stessa trafila, cioè sarebbe rimasto a Roma per vent’anni, di sicuro. A Roma la gente era innamorata di lui. Cavolate o non cavolate, carattere non carattere, lui in campo era quello che era. Un fenomeno“.

CALCIO ATTUALE: “Diverso, quasi totalmente privo di campioni, rispetto ad un pò di anni fa. “È cambiato tutto. Più che altro sono cambiati i giocatori. Prima c’erano più giocatori tecnici, c’era più classe. Sono successe tante cose: prima l’arrivo dei social che ha fatto ‘sbarellare’ e rendere più individualisti i giocatori, poi questa anomalia di un campionato col Covid e senza pubblico. Ma il problema è più di fondo, stanno sparendo i campioni. Prima tu andavi allo stadio e sapevi che, qualsiasi squadra venisse a giocare all’Olimpico o in un altro stadio, c’erano sempre da ammirare uno, due, tre giocatori fuoriclasse che ti avrebbero fatto divertire. Ora ci sono meno campioni e più giocatori costruiti“.

SPALLETTI: “No, per me è stata chiusa nel momento in cui lui è andato via e io ho smesso di giocare. Per me lì c’è stata la chiusura definitiva. È inutile dire che ci sarebbero altre cose da sottolineare o da fare. Non servirebbe a niente, ormai è successo. Ha sbagliato lui, ho sbagliato io, ha sbagliato la società, non so chi ha sbagliato. Ormai è successo, è passato. Mettiamolo nel dimenticatoio, giriamo pagina”.

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PAPA‘: Ho ripensato a tutti gli anni che ho vissuto con lui, perché ogni volta che entravo a casa sua, stava sempre sulla sedia o sul divano, quello era il posto suo. Non vederlo là mi ha fatto un effetto devastante, la casa sembrava vuota. Inizialmente volevo sedermi al suo posto, però non ci sono mai riuscito. Adesso sì: le ultime volte che sono andato a casa ho trovato il coraggio di mettermi dove stava sempre lui. Quel posto sul divano è il testimone della nostra staffetta. Mi ha sempre detto che a calcio ero una pippa. Non la cancellerò mai dalla mente. Sicuramente lo faceva apposta. Per spronarmi, per non farmi dare delle arie, non farmi essere spaccone o presuntuoso. Ecco, questo è un altro rammarico che mi porto dentro: prima di non vederlo più gli avrei chiesto: “Papà, perché mi dicevi sempre così?”. Questa è la domanda che gli avrei voluto fare“.

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ILARY: “Oltre a essere mia moglie e la mamma dei miei figli, è una donna straordinaria: una ragazza semplice, di buona famiglia, con valori, rispetto degli altri. Una persona che in qualsiasi momento è sempre presente, mi ha fatto crescere in tutto e per tutto. Ti dico la verità, senza di lei non sarei riuscito in questo modo, a livello familiare. Quello che le scrissi sulla maglietta il giorno del derby è vero: sei unica“.

GIORNO DELL’ADDIO: “Pensavo di aver fatto un percorso straordinario, una carriera incredibile. Però immaginavo che quel giorno sarebbe stato l’apice, poi l’attenzione e la passione della gente sarebbe andata scemando. Di solito non dico che le persone dimentichino ciò che hanno fatto determinati giocatori, però è naturale che il tempo consumi e ingiallisca un po’ tutto. Invece con me succede il contrario, non riesco a capirne la motivazione. Forse perché adesso mi guardano con un altro occhio: prima ero il capitano della Roma, potevo essere antagonista, ero amato, ero odiato. Invece adesso mi fanno sentire come una leggenda di tutti e ovunque vada, in Italia o in Europa, mi gratificano di un amore sincero, come non avrei mai pensato succedesse. Neanche quel giorno, tra le lacrime dell’Olimpico“.

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