Siamo tutti debitori di Antonio Conte

Pubblicato il autore: ENRICO PICONE Segui

Anche l’Inter travolta dal ciclone Antonio Conte. Tutte le piazze interessate dalla sua gestione sono state sedotte e abbandonate, ma quasi mai lasciate a mani vuote. Nonostante il curriculum, Conte vuol dirci di essere un allenatore che pretende le condizioni ottimali per sposare un progetto a lungo termine. Il calcio è un habitat popolato da società che finora ha giudicato incompatibili con le sue pretese. È un perfezionista, per questo costa caro, ma in fondo chi può negare che il gioco non sia valsa la candela? Al netto di tutte le polemiche che ci intratterranno nei prossimi giorni, va considerato un aspetto che è possibile valutare solo dopo e grazie all’impresa di Conte: il calcio italiano non è morto.

Il calcio italiano non è (mai) morto. Grazie ad Antonio Conte per avercelo mostrato

Un ringraziamento speciale va all’Inter per aver rinnovato la competitività del nostro campionato, restituendoci sensazioni che da tempo erano andate perdute. Forse è la volta buona che tutti i tifosi rinnovino la consapevolezza di appartenere a un calcio che non è mai morto, nonostante i drammi della Nazionale e le sterili performance europee. Calcisticamente parlando, la conclusione di un’era porta con sé la detonazione di una gioia repressa per 10 anni, senza neppure lasciar spazio all’amarezza degli juventini che dopo nove anni di successi non vanno di certo a piangere sulle ceneri del loro impero.

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Il 2 maggio è la data in cui si riavvolge il nastro, e mentre si guarda impazientemente alla prossima stagione, viene naturale guardarsi indietro per chiedersi cosa diavolo sia successo in questi nove anni. La storia che ne deriva è stupefacente, e contro ogni previsione riguarda solo in parte la Juventus, nonostante abbia impegnato i primi capitoli con la vicenda della rinascita di un gigante animato più dalla determinazione che dal talento.

Il calcio italiano, dai margini dell’attenzione mediatica in cui era precipitato, non ha mai smesso di generare storie di rivalità uniche per intensità e passione. Per due stagioni consecutive, la rivalità Allegri – Sarri ha riproposto la questione fondamentale che da sempre intrattiene i tifosi più sentimentali, e per estensione gli animi più sensibili: bel gioco o risultati?

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In quegli anni, il calcio italiano proponeva la più effervescente semplificazione del dubbio shakespeariano che, prima poi, ci impegna tutti. Chi nella vita ha sempre ricercato la bellezza, può aver imparato dall’esperienza di tifoso che il più delle volte la vita ti porta a essere un opportunista del risultato, e che prima lo capisci meglio è.

Il 22 aprile 2018, Koulibaly segnava di testa al 90º, il calcio del sud trionfava nella Torino industriale. Notti magiche a Napoli. 12 giorni prima, la Roma piegava il Barcellona 3 a 0 conquistando la semifinale. Notti magiche a Roma. E poi il Sassuolo, la sua discesa sul campo dello Stella Rossa, sotto I fumogeni minacciosi del Marakàna.

Altre storie vengono dal basso, dalla periferia del calcio dove molte comunità non sanno neppure di avere una squadra che li rappresenta. In quattro anni, il Parma recuperava le tappe perdute a seguito del fallimento societario. La serie A ritrovava così uno dei suoi più autorevoli esponenti, lasciando le porte aperte alle realtà di provincia che sono riuscite a farsi strada a sportellate fino alla massima serie.

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Il calcio italiano si è dimostrato ancora una volta un terreno fertile per le imprese che fanno di questo sport, la miccia di emozioni che l’ultima generazione tende a ignorare intrattenendosi altrove. Notti magiche a Carpi, Frosinone, Crotone e Benevento. Il goal di Brignoli al quinto di recupero valeva il primo punto storico per la squadra campana, e mentre tutto lo stadio veniva giù, la gioia di quel ragazzo che aveva abbandonato i pali per seguire la folle idea che gli vagava per la testa passava inosservata al ranking UEFA. Con storie così, non avremmo dovuto permettere che si parlasse di crisi del calcio italiano.

L’Inter di Antonio Conte ci ha ricordato che niente dura per sempre. Torneremo ad avere la nostra testa di ponte in Europa, tiferemo la Nazionale pur sapendo che anche se non siamo una squadra di fenomeni siamo pur sempre l’Italia. Non dimentichiamoci chi siamo e di cosa siamo sempre stati capaci di fare, ranking o non ranking.

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