Francesco Baiano a SuperNews: “Grande chance per il Napoli quest’anno. Vlahovic? Bisogna accompagnare all’uscita i giocatori che vogliono andarsene. Quel Foggia di Zeman che sfiorò l’Europa…”

Pubblicato il autore: Francesca.Capone. Segui

Tutti hanno sentito parlare almeno una volta del “Foggia dei Miracoli” dei primi anni ‘90 di Zdeněk Zeman, e oggi SuperNews ha avuto il piacere di intervistare uno dei suoi protagonisti, Francesco Baiano, ex attaccante classe 1968 di Napoli, Empoli, Parma, Fiorentina e, appunto, Foggia. Compagno di squadra dell’immenso Diego Armando Maradona nel Napoli e di un goleador come Gabriel Batistuta negli anni alla Fiorentina, l’ex capocannoniere del Foggia-spettacolo ripercorre le sue esperienze calcistiche, con aneddoti e tuffi nei suoi ricordi più significativi. Inoltre, Baiano si esprime anche sugli attuali campionati di Serie A e di Serie B.

 

Francesco, con la maglia della tua città, Napoli, sei cresciuto calcisticamente. Con i partenopei hai esordito in Serie A nel dicembre 1985, e con quella maglia hai avuto modo di giocare con dei campioni, uno su tutti Diego Armando Maradona. Ci racconti che Napoli era quello dei tuoi tempi? Hai un ricordo o un aneddoto particolare che vorresti raccontarci?
Sono dei ricordi bellissimi, soprattutto perché parliamo del 1985, quando ero un ragazzino che iniziava a conoscere il campionato di Serie A e campioni di livello mondiale: uno su tutti, Diego Armando Maradona. Per me, era un sogno giocare nella massima serie indossando la maglia della città in cui sono nato. Credo che questo sia il sogno di chiunque pratichi questo sport. Un aneddoto che racconto spesso riguarda il più grande di tutti: Maradona mi regalava le sue scarpe, ma nonostante avessimo lo stesso numero lui aveva la pianta del piede molto più larga della mia, e i suoi scarpini mi andavano grandi. Così, “El Pibe de Oro” decise di farmi fare lo sponsor della Puma.

Secondo te, perché non c’è stato modo di rimanere con i partenopei? Ti sarebbe piaciuto diventare una bandiera del Napoli?
Sicuramente sì, perché sono nato a Napoli e tifo per questa squadra. Da una parte, ero molto contento, perché in quel Napoli c’erano dei fuoriclasse assoluti, specialmente in attacco, come Giordano, Careca, Maradona, Carnevale. Quest’ultimo era titolare in Nazionale, ma nel Napoli era addirittura una riserva. Per questo, da una parte ero felice di vedere il popolo partenopeo sognante, i tifosi che hanno potuto assistere alla vittoria di due scudetti grazie a questi grandi giocatori; dall’altra, però, io non avevo grandi spazi per esprimermi. A quel punto, ho preferito andare a fare esperienza girando per l’Italia.

Sei stato anche protagonista del grande Foggia di Zeman. Con la maglia dei Satanelli hai trascorso 2 stagioni, dal 1990 al 1992, hai realizzato 38 gol e ottenuto la promozione in Serie A, laureandoti anche capocannoniere del campionato cadetto con 22 gol. Nell’anno 1991-1992 il Foggia sfiora anche una clamorosa qualificazione in Coppa Uefa, arrivando nono a fine campionato. Segni a San Siro e regali spettacolo in quello che verrà ribattezzato “Foggia dei miracoli”. Che parentesi è stata questa per te? Cosa ha permesso a quella squadra di entrare nella storia e nella memoria collettiva?
E’ stata una parentesi determinante per il mio cammino di crescita. Io venivo da un’annata disastrosa con l’Avellino. Zeman mi aveva richiesto già quando allenava il Parma. Purtroppo, io sono arrivato a Parma il giorno dopo il suo esonero. Nonostante io non avessi fatto bene con la maglia dell’Avellino, Zeman si è ricordato di me e mi ha voluto a tutti i costi al Foggia. Quell’esperienza è stata la mia fortuna: in due anni ho messo a segno 38 gol, abbiamo vinto il campionato e sfiorato l’Europa. Abbiamo fatto vedere che quel gruppo, composto da tanti ragazzi e guidato da un maestro di calcio, riesce dopo 30 anni a far parlare di sè. Chi mi incontra, si ricorda ancora di quel Foggia, una squadra che giocava a calcio e che si divertiva nel farlo. Inoltre, ero una matricola: le matricole all’inizio suscitano grande simpatia, ma quando iniziano a vincere diventano improvvisamente meno simpatiche. Ne è un esempio l’Atalanta: tutti tifavano per i bergamaschi quando hanno iniziato a macinare risultati importanti, ma adesso che il club è diventato una certezza non risulta più così “simpatico”.

Hai indossato anche la maglia della Fiorentina, club che ti ha permesso di giocare in attacco con Gabriel Batistuta nel 1992. Con i Viola hai vinto 1 campionato di Serie B, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. Nonostante il brutto infortunio che ti ha costretto a stare fuori per un po’, che ricordi hai dei tuoi anni con la maglia della Fiorentina?
Sono stati 5 anni importanti, altri 5 anni in cui ho avuto modo di sperimentare un altro processo di crescita. Il livello era alto e bisognava stare al passo. Quella di Firenze è sempre stata una piazza importante ed esigente. Io ho sempre avuto un feeling particolare con gli argentini, vado molto d’accordo con loro. Maradona, infatti, mi chiamava “Baianito”: mi reputava un sudamericano. Ho avuto modo di conoscere Batistuta, che è diventato uno dei primi tre giocatori al mondo nel suo ruolo. In quei 5 anni a Firenze ho vinto qualcosa, ma il mio infortunio ha frenato un po’ la mia carriera. Sono stato costretto a fermarmi per un anno e mezzo. Tuttavia, a Firenze sono stato molto apprezzato ed è stato un periodo molto importante della mia carriera.

Ritornando alla squadra della tua città, il Napoli è attualmente primo in classifica, con 25 punti e 8 vittorie su 9 partite giocate in Serie A. Dove possono arrivare i partenopei quest’anno? Secondo te, a chi o a cosa si deve principalmente questo grande risultato in classifica?
Napoli, Milan, Inter, Juventus, Roma e Lazio sono tutte squadre con un organico che permette loro di lottare per lo scudetto. In questo momento, basandosi sulla classifica, Inter, Milan e Napoli sono le più accreditate. Se questa fosse la classifica di aprile, le altre non sarebbero più in grado di rientrare nella corsa scudetto. Tuttavia, siamo ad ottobre, mancano ancora tantissime partite, i campionati si vincono da aprile in poi, perciò non mi sento di escludere dalla lotta scudetto nessuno dei club che ho citato. Il Napoli ha totalizzato 8 vittorie su 9 partite, e nonostante lo 0 a 0 contro la Roma entrambe le squadre hanno giocato per vincere, e questo è importante. Penso che i partenopei negli ultimi anni siano stati sempre competitivi. Certo, tra “essere competitivi” e “vincere” c’è di mezzo il mare. Ci sono squadre abituate a vincere, nel momento più importante riescono a farlo perché in rosa hanno giocatori abituati a questo: alcuni elementi aiutano anche gli altri del gruppo ad essere vincenti. Io credo che quest’anno il Napoli abbia una grande chance di vincere, perché ha raggiunto la giusta maturità di squadra. Dovrebbe sfruttare questo momento.


Parlando della Fiorentina, credi che “il caso Vlahovic” abbia influito sull’ambiente Viola e sul rendimento della squadra? Cosa ne pensi del gruppo di Vincenzo Italiano?

Non mi è piaciuto il comportamento dell’entourage di Vlahovic. I procuratori comunicano che il ragazzo non vuole rinnovare il contratto e finiscono nel tritacarne, e poi è il giocatore che deve avere le spalle larghe per gestire la situazione. A 21 anni non puoi avere le spalle larghe. Credo che il suo non voler tirare il rigore nel match contro il Cagliari sia stato un segnale di poca personalità. Tuttavia, alla sua età può essere normale fare un passo indietro. Se dovesse rimanere fino a giugno non sarà sicuramente semplice per il serbo, perché la piazza di Firenze non ha preso bene le sue scelte. Vlahovic ha fatto delle promesse al popolo Viola, che non ha mantenuto rifiutando il rinnovo del contratto. Al di là di questo, io dico sempre che i giocatori passano e le società e i tifosi restano. E’ andato via Batistuta da Firenze, figuriamoci se non può andar via Vlahovic. Se un giocatore vuole andarsene, bisogna accompagnarlo all’uscita. Per quanto riguarda la Fiorentina, credo che negli ultimi anni, per una piazza così importante come quella di Firenze, sia stato deprimente per i tifosi, per la stampa e per tutti vedere la squadra lottare per non retrocedere. Quest’anno è arrivato un allenatore che ha una visione di calcio completamente diversa. E’ normale che ci siano degli alti e bassi, ma credo che ci sia anche un buon processo di crescita della squadra. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che Italiano viene da un club che negli ultimi anni ha lottato per non retrocedere, quindi ci vuole pazienza.

Quale squadra ti sta stupendo positivamente quest’anno in campionato?
Sicuramente mi ha stupito il cambiamento della Fiorentina, la meritata posizione in classifica occupata dal Napoli, ma soprattutto mi ha stupito tanto il Milan, perché ha spesso giocato con 4-5 importanti assenze e si ritrova ugualmente primo in classifica. I rossoneri hanno dimostrato di avere un gruppo forte, nonostante le assenze di Maignan, Giroud, Hernandez, Ibrahimovic, Diaz. Questa è la prova di una squadra unita, che merita il primo posto, guidata da un allenatore molto capace. Questo fa ben sperare per il futuro.

Hai un piccolo rimpianto nella tua carriera? Ti sarebbe piaciuto giocare in un club in particolare o hai rifiutato delle offerte che, a posteriori, ti sono sembrate interessanti?
No, non ho rimpianti, perché credo che ognuno fa ciò che si merita. L’unico rammarico che ho riguarda la Nazionale. Venivo spesso convocato da Sacchi. Purtroppo, però, nel momento migliore della mia carriera mi sono rotto il ginocchio e ho perso il treno per il Mondiale in America. 

Dopo la carriera da calciatore hai intrapreso quella di allenatore. L’ultima panchina è stata quella della primavera del Pisa, la cui prima squadra sta guidando la classifica di Serie B grazie anche ai numeri di Lorenzo Lucca. Il Pisa può staccarsi dalle altre e volare in solitaria verso la promozione quest’anno?
Conosco molto bene D’Angelo, è un allenatore molto preparato. Quest’anno, poi, la nuova proprietà del Pisa ha investito tanto. Basti pensare al solo acquisto di Lucca, costato 2 milioni di euro. E’ una società ambiziosa, che ha in programma la costruzione di un nuovo stadio e che vuole la Serie A. Il Pisa è partito benissimo, ma il problema della Serie B è che si tratta di “due campionati in uno”. Un mio vecchio allenatore diceva spesso che “i cavalli non si vedono alla partenza, ma si vedono all’arrivo”. Certo, il Pisa ha un grande potenziale per vincere il campionato, ma non è scontato. Non dimentichiamoci del Monza, che lo scorso anno si pensava che fosse già in Serie A. Secondo me, in Serie B bisogna fare un passo alla volta, senza volare alto, perché quando voli e poi picchi in terra ti fai molto male.

Attualmente alleni qualche club?
No, sono in attesa di una nuova squadra. Spero che arrivi presto, ho una gran voglia di ricominciare ad allenare.

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