Massimo Rastelli a SuperNews: “Al Napoli manca un leader. La Cremonese in A ha dato una lezione a tanti. Orgoglioso di aver vinto tre campionati”

Pubblicato il autore: Luca Piedepalumbo


In esclusiva ai microfoni di SuperNews è intervenuto Massimo Rastelli. L’allenatore ed ex calciatore, di ruolo attaccante, classe 1968, in carriera ha indossato, tra le altre, le maglie di Lucchese, Piacenza, Napoli, Reggina, Como e Avellino. Ha esordito tra i professionisti con il Catanzaro ed ha militato sette stagioni consecutive in Serie B tra le fila della Lucchese, tra il 1990 e il 1997, totalizzando più di 50 gol in 222 presenze. Ingaggiato dal Piacenza, esordisce in Serie A, raccogliendo 102 presenze e 12 reti in massima serie. Originario di Torre del Greco, in Campania ha giocato con le maglie di Napoli, Avellino, Sorrento e Juve Stabia.

Alla prima stagione da allenatore, nel 2009, riporta la Juve Stabia in Serie C1, successivamente conquista la promozione in Serie B con l’Avellino e la promozione in Serie A sulla panchina del Cagliari. Dopo aver allenato Cremonese e Spal, il 30 agosto 2021 subentra sulla panchina del Pordenone, in Serie B, al posto dell’esonerato Massimo Paci. Il 16 ottobre, dopo aver raccolto un punto in sei partite e con la squadra all’ultimo posto, viene esonerato. Insieme a lui abbiamo ripercorso le tappe più importanti della sua carriera, con uno sguardo rivolto all’attuale situazione calcistica.

Da calciatore arrivi a Napoli nel 2001 in Serie B, sotto la gestione De Canio. Gli azzurri avevano come obiettivo la promozione in massima serie, poi sfumata. Che ricordi hai di quel campionato e del pubblico partenopeo? 

“Quella stagione non andò bene come avremmo voluto. Partimmo a rilento, a causa delle scorie della recente retrocessione, e nonostante la grande rincorsa e un ottimo girone di ritorno, le altre davanti andavano fortissimo e non perdevano mai colpi. Indossare la maglia del Napoli, anche se per un solo campionato, è stata sicuramente una grandissima emozione. Ricordi del pubblico partenopeo? Ho giocato in Serie B davanti anche a più di 70mila spettatori. Ricordo uno stadio San Paolo gremito contro Salernitana, Reggina e Messina, un calore e una passione davvero impressionante”.

Cosa è mancato al Napoli per competere fino alla fine per lo scudetto? Pensi che la squadra venga meno proprio nei momenti decisivi? 

“In effetti, nel momento in cui si alza la posta in palio e l’obiettivo è a portata di mano sembra che la squadra non riesca più a gestire la situazione. Al contrario, ad esempio, di quanto fatto dal Milan, che ha saputo affrontare la pressione esterna, rialzandosi anche dopo qualche risultato negativo. Penso che si tratti per il Napoli della mancanza di un vero leader all’interno dello spogliatoio. Nei momenti delicati chi ha più personalità riesce a trascinare il gruppo e a far sentire tranquilla la squadra. In questo Napoli, ricco sicuramente di talento e di qualità, manca un uomo di spinta e di carisma. Quest’anno è stata persa una grande opportunità. Ci si aspettava almeno di potersi giocare lo scudetto fino alla fine. Forse ad un certo punto potevano essere fatte scelte diverse, ma non credo che Spalletti abbia responsabilità maggiori rispetto ai calciatori e a tutto lo staff tecnico e dirigenziale”.

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Dopo dieci anni Lorenzo Insigne ha lasciato il Napoli. Come giudichi la scelta del capitano azzurro di trasferirsi al Toronto? Essere “profeti in patria” nel mondo del calcio è davvero così difficile? 

“Insigne non avrebbe mai lasciato il Napoli per giocare in un’altra squadra italiana, ma nel momento in cui arriva una proposta così importante da un campionato come la MLS, penso che la decisione sia stata presa anche a cuor leggero. In questi dieci anni credo abbia dato il meglio di sé. E’ un peccato che in questo lungo lasso di tempo si sia avvicinato soltanto un paio di volte allo scudetto, senza mai potersela giocare davvero fino in fondo. Quando ci tieni troppo, il peso della responsabilità è quintuplicato rispetto a qualsiasi altro calciatore. Sei napoletano, vivi a Napoli, senti tutto e assorbi tutto. Il tifoso da te pretende sempre di più. Lui è stato bravissimo ed ha sempre fatto la differenza. Mertens? Vorrebbe finire la carriera a Napoli, credo possa restare in maglia azzurra. Nei pochi minuti in campo ha sempre fatto benissimo. Lui ormai è un figlio di Napoli, penso che si possa raggiungere un accordo per continuare assieme”.

Torni in Campania da calciatore nel 2004, vestendo la maglia dell’Avellino. Il primo anno tra le fila dei Lupi conquisti subito la promozione in Serie B, ironia della sorte in finale playoff contro il Napoli. Che ricordi hai dell’esperienza in biancoverde? 

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“Dopo il fallimento del Como, con l’Avellino ho avuto l’opportunità di riavvicinarmi a casa. Era un girone di Serie C complicato, c’era non solo il Napoli di De Laurentiis ma anche altre squadre davvero forti. Abbiamo approfittato dalla partenza a rilento degli azzurri e nella griglia playoff abbiamo avuto il vantaggio di avere a disposizione due risultati su tre e di giocare la seconda partita in casa. Purtroppo, nelle due gare decisive per la promozione non ci sono stato a causa di un infortunio rimediato contro la Reggiana nel corso della prima fase dei playoff. Tuttavia, nel derby contro il Napoli, in campionato, ho segnato allo stadio Partenio davanti a 40mila spettatori. In quel frangente avevo i crampi, infatti avevo chiesto la sostituzione pochi istanti prima. Poi ci fu una punizione di Moretti da metà campo e riuscii a toccare il pallone di testa sotto porta. Era destino dovessi fare gol, una bella emozione”.

L’Avellino quest’anno era arrivato carico ai playoff, ciononostante nel doppio confronto con il Foggia i rossoneri hanno avuto la meglio. Nell’ambiente biancoverde c’è grande rammarico, qual è il tuo pensiero a riguardo?

“La società ha investito tanto per la promozione in Serie B. Assieme al Bari e al Catanzaro era sicuramente tra le squadre favorite del girone C. Dopo il cambio di allenatore l’Avellino sperava di giocarsi la promozione diretta fino alla fine, ma così non è stato. Qualcosa non è andato come doveva andare, ma dall’esterno è difficile giudicare. Quella biancoverde è una piazza importante ed esigente, che dà sicuramente grandi pressioni. I tifosi, giustamente, vorrebbero la loro squadra almeno in Serie B. Per l’Avellino la cadetteria sarebbe il minimo…”.

Chiudi la carriera da calciatore alla Juve Stabia con l’amara retrocessione in Serie C2. L’anno dopo, però, il riscatto da allenatore. Alla tua prima panchina, infatti, ottieni subito una promozione. Ti aspettavi un successo immediato?

“La parentesi da calciatore a Castellammare non è stata positiva. Mi sono infortunato quasi subito e sono stato cinque mesi fuori, a 40 anni non è stato facile. Mi dispiace non aver potuto dare in maniera tangibile il mio contributo. La squadra dal punto di vista qualitativo e della personalità era davvero forte, si puntava alla Serie B. Purtroppo a causa di tanti fattori arrivò una retrocessione amara. La rabbia accumulata per l’annata precedente ci ha aiutati nella stagione successiva. I presidenti Giglio e Manniello mi hanno dato subito l’opportunità di cominciare una nuova carriera. Quella con la Juve Stabia è stata una bellissima cavalcata, in un girone comunque difficile. Con la promozione credo di aver ripagato il mio debito verso la città e i tifosi delle Vespe”.

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Da allenatore anche la gioia della promozione dalla C alla B con l’Avellino e dalla B alla A con il Cagliari. Che sensazioni si provano a vincere un campionato? 

“E’ un grande orgoglio aver vinto subito nei primi sei-sette anni della mia carriera da allenatore ben tre campionati, compreso quello con la Juve Stabia. Tutti vinti con la squadra prima in classifica, senza mai dover passare per i playoff. Ho vinto dalla C2 alla Serie B, sono felice di questo. Si tratta di emozioni davvero forti, sensazioni uniche, che ti porti sicuramente dentro. Finire da primi in classifica rappresenta il coronamento di un’annata fatta di insidie, difficoltà e duro lavoro. Ovviamente, la carriera continua e non è possibile cullarsi sugli allori. Guardo al futuro, con l’obiettivo di fare bene con le prossime squadre che allenerò”.

Hai allenato la Cremonese tra il 2018 e il 2020, ti aspettavi la promozione in Serie A da parte dei grigiorossi? 

“La Cremonese è una squadra forte. Aveva quest’anno una rosa composta da ventidue-ventitré titolari. Un mix perfetto tra giovani di talento e calciatori d’esperienza. La squadra aveva la freschezza e la maturità per gestire qualsiasi momento. Hanno fatto capire a tanti che c’è bisogno di programmazione e pazienza per vincere. Soprattutto, la Cremonese con Ariedo Braida ha insegnato che non serve prendere calciatori solo per il “nome”. Davvero un ottimo lavoro da parte di Fabio Pecchia e di tutta la società. Fin dall’inizio pensavo potessero fare un campionato di vertice e così è stato”.

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