Niccolò Faccini a SuperNews: "Maurizio Sarri è uno di quegli allenatori che insegnano calcio. Il tifoso laziale? Ha spirito critico e non segue le..."

Supernews ha avuto il piacere di intervistare il giornalista Niccolò Faccini, apprezzabile collaboratore del sito "Lazialità.it" e opinionista di "Radio Sei", la stazione radiofonica che parla ogni giorno di notizie legate alla squadra di Maurizio Sarri.

Niccolò Faccini

Supernews ha avuto il piacere di intervistare il giornalista Niccolò Faccini, apprezzabile collaboratore del sito "Lazialità.it" e opinionista di "Radio Sei", la stazione radiofonica che parla tutto il giorno di Lazio.

Buongiorno Niccolò, come è nato la tua passione per il giornalismo e quello per le statistiche? Visto che su questo argomento sei preparatissimo come pochi.

"Buongiorno e grazie a tutti gli amici di Supernews. Rispondere a questa domanda mi fa particolarmente piacere, perché in realtà, nella vita, io mi ritengo un fermo oppositore dei numeri: viviamo in un contesto storico che vorrebbe illuderci che la realtà possa essere spiegabile secondo un’ottica puramente quantitativa, quando invece è sempre la qualità a fare la differenza. Tuttavia, raccontare lo sport soffermandosi sui numeri non significa volerne sminuire l’intrinseca componente emotiva, bensì riportare i nudi fatti. Quando ho iniziato - grazie a Guido De Angelis, Lazialità e Radiosei - a parlare in radio, scrivere di calcio e ritagliarmi una piccola rubrica nell’ambito televisivo tra Teleroma56 e Gold TV, ho pensato che per un ascoltatore, un lettore o un telespettatore potesse essere interessante fruire di un contributo che fosse il più oggettivo possibile. L’idea di corroborare ogni tesi con curiose statistiche voleva essere in realtà un atto di umiltà: non ho mai avuto la presunzione o la tracotanza di poter iniziare il mio percorso facendo opinione; l’intento era - esattamente all’opposto - quello di cercare di essere obiettivo, credibile e di scavare nei dettagli più stuzzicanti di questo sport, che nel nostro Paese è vissuto quasi come una teologia laica. E poi, me lo faccia dire… in un’epoca votata alla velocità, tendente all’oblio del passato e dunque senza memoria, i giudizi cambiano in fretta, così a volte è bene trattare determinate tematiche scolpendo a caratteri cubitali alcuni record impossibili da confutare. Ad esempio, il modo di giocare del capitano della Lazio può piacere o non piacere, ma che Ciro Immobile sia il calciatore col maggior numero di gol realizzati in gare ufficiali della storia della Lazio è un dato che non si può sconfessare. In generale, credo che i numeri non dicano tutto e che debbano essere letti nel modo giusto, però rappresentano di sicuro uno specchio fedele dell’andamento di un club e permettono spesso di tracciare una linea e impostare una questione in maniera più puntuale. Prendiamo la sostituzione di Anderson all’intervallo di Udinese-Lazio e la successiva panchina in Lazio-Cremonese: ad uno sguardo distratto potrebbe parlarsi di scelta tecnica, il quadro cambia se si fotografa il rendimento del brasiliano nell’era Sarri precedente alla sfida di Udine: presente in 95 gare su 95. Ancora, nella parte centrale della stagione c’erano giornali e opinionisti che parlavano di un Milinkovic che “distratto dal futuro”, aveva “smesso di correre”. Difficile considerarla una valutazione corretta se, dati alla mano, nelle relative partite il numero 21 era il calciatore di Sarri ad aver percorso più chilometri…forse allora gli si poteva imputare di correre male, o forse di perdere più palloni o di essere meno determinante in zona gol, ma non di correre meno del solito…"

In questa stagione la squadra biancoceleste è riuscita a sovvertire i pronostici di inizio stagione, riuscendo ad arrivare al secondo posto: te l'aspettavi un campionato di Serie A così positivo e quale è stata la chiave principale per arrivare così in alto in classifica?

"Pronosticare un simile traguardo ad inizio stagione sarebbe stata pura utopia, e il motivo è presto detto: nella storia della Serie A a venti squadre la Lazio era arrivata al secondo posto soltanto una volta (nel 1998/99, ndr), con 69 punti. Quest’anno ne ha totalizzati cinque in più, lasciandosi alle spalle i campioni d’Italia in carica (il Milan) e la finalista di Champions League (l’Inter), oltre a Juventus, Roma, Atalanta e Fiorentina. Nella stessa annata ha vinto due derby e battuto Inter, Milan, Napoli e Juventus, non era mai successo in 123 anni di gloriosa storia. All’Olimpico si è vista per distacco la miglior media di spettatori dell’era Lotito, mentre fuori casa mai si era visto un rendimento simile, con undici vittorie e tredici trasferte sulle diciannove stagionali chiuse con la porta inviolata. Il tutto, con soli 14 calciatori di movimento, con Immobile a mezzo servizio, e con una serie di capolavori tattici confezionati dal tecnico. Ricordo sommessamente che la Lazio si presentava ai nastri di partenza con la nona rosa della Serie A per prezzo d’acquisto e aveva cambiato la spina dorsale della squadra (portiere, coppia di centrali, playmaker). Soltanto due interpreti della rosa (Pedro e Romagnoli, ndr) avevano nei curricula trofei importanti; per il resto, la Lazio che dopo 16 anni giocherà in Champions League con i tifosi al seguito, è una compagine formata da interpreti che in carriera avevano lottato per mantenere la categoria (Provedel, Lazzari, Casale, Zaccagni, Cancellieri), che prima di approdare a Roma non avevano mai giocato alcuna competizione europea (Maximiano, Milinkovic, Luis Alberto, Marusic, Basic), che venivano da una stagione tra panchina e tribuna (Vecino, Felipe Anderson) o che non vantavano neanche una presenza in carriera in una massima serie europea (Gila, Luka Romero)… e potremmo continuare per ore! La Lazio ha confezionato quello che, senza timore di essere smentiti, può essere definito un prodigio calcistico. Del resto, la lingua italiana definisce miracolo “ciò che desta meraviglia”: una categoria profana, prima che religiosa".

La Lazio è stata la seconda difesa del campionato e la quarta d'Europa con solo 30 reti subite, contro le 58 della stagione scorsa: da cosa è dipeso questa miglioramento così evidente?

"Maurizio Sarri è uno di quegli allenatori che insegnano calcio e che sanno trasmettere un’identità forte e riconoscibile. Nel giorno del suo arrivo, scrissi ad uno dei colleghi che stimo di più in questo mondo che la Lazio aveva acquistato La Gioconda. Inevitabilmente, ha avuto bisogno di tempo. Il girone di andata della sua prima stagione all’ombra del Colosseo è servito per il rodaggio: nelle prime 20 del campionato 2021/22 la sua compagine incassò 37 gol in campionato. Già nel girone di ritorno di quella stagione, però, si era registrata una crescita esponenziale, con sedici gol subiti in meno (21). Quest’anno ha scelto gli interpreti ideali per mettere in pratica i suoi dettami difensivi, ed è riuscito a persuadere i calciatori che per supplire ad un reparto avanzato spuntato l’unica via sarebbe stata una granitica compattezza. Solidità ed equilibrio nascono dal lavoro sfiancante in fase di ripiegamento delle ali, da due mezzali in formato-stacanovisti, dalla trasformazione di due quinti come Marusic e Lazzari in terzini con vocazione difensiva. Il miglior rendimento difensivo di sempre si deve ad una nuova ferocia nel difendere i pali di un portiere - Provedel, espressamente voluto dall’allenatore - che non ha mai raccolto il pallone dalla rete dall’11 settembre al 30 ottobre 2022 e poi dal 19 febbraio all’8 aprile 2023, venendo nominato il miglior estremo difensore del campionato e guadagnandosi, tra l’altro, il podio dei portieri con le più lunghe strisce di imbattibilità della storia del club. Ciò che più mi impressiona non è il fatto di aver eguagliato il record di sempre di clean sheet in un solo campionato italiano di A a venti squadre (21), quanto che questi numeri siano stati raggiunti con lo scacchiere tattico del 4-3-3, con una rosa composta da centrocampisti con spiccate attitudini offensive, e senza veri mediani esperti nella fase di interdizione. Se quasi tutti i protagonisti - dal portiere ai difensori, dal regista agli esterni d’attacco - hanno disputato la miglior stagione in carriera, gran parte del merito va al tecnico e al suo staff".

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A tuo giudizio quali sono i giocatori che hanno fatto la differenza e quanto è stato importante mister Maurizio Sarri? Ricordando che ad inizio stagione, dopo il ko per 5-1 contro i danesi del Midtjylland, qualcuno parlava addirittura di esonero...

"In tutta sincerità, l’artefice del capolavoro è Maurizio Sarri. Ha migliorato tutti i singoli, li ha completati, ad alcuni ha cambiato ruolo ottenendo risposte confortanti, per non dire eccelse. Da Patric, diventato un difensore centrale co-titolare, a Luis Alberto, mezzala credibile in entrambe le fasi e vero regista della squadra; da Cataldi, per la prima volta in carriera titolare indiscusso davanti alla difesa, a Felipe Anderson, mai così continuo e mai così determinante sotto porta. L’allenatore ha dimostrato ancora una volta di essere tutt’altro che integralista. Derogando ad alcuni dei suoi principi, Sarri ha coniugato la predilezione al dominio e al possesso palla con la propensione alla verticalità propria delle caratteristiche delle pedine più importanti della squadra; ha accettato che la prima pressione offensiva fosse meno aggressiva e più ragionata, e che la retroguardia difendesse dieci metri più dietro della sua linea difensiva ideale. Si è vista una compagine capace di vincere in tanti modi: strabiliando col bel gioco (dal 2-0 a Bergamo al poker al Milan) ma anche in modo cinico e sbarazzino (si pensi al derby di andata o al successo di Napoli), difendendo bassa e giocando di rimessa (dal poker di Firenze al successo esterno di Sassuolo) ma anche stordendo l’avversario tramite un giro-palla ipnotico (dal derby di ritorno al 2-1 alla Juve). Il tecnico non è stato mai in discussione, ha trovato un gruppo che lo ha seguito e che ha dato il 110% in ogni allenamento. Se lo scorso anno i black-out si erano ripetuti con inquietante continuità, in questa stagione lo scivolone in terra danese ha rappresentato veramente un unicum. Al di là di questo, il mantra del mister è lapalissiano: “Per diventare una grande in Europa prima bisogna diventare una squadra forte a livello nazionale”. Poi, se dovessi citare un calciatore su tutti, farei il nome di Felipe Anderson. Da intermittente è diventato continuo, da giocoliere è diventato pragmatico, da jolly offensivo è diventato un’arma spendibile a tutto campo, e ha sopperito in maniera sorprendente all’assenza di un centravanti di ruolo. A metà stagione chiesi a Sarri un giudizio su di lui in conferenza, mi rispose: “E’ l’attaccante più atipico che abbia mai allenato, interpreta il ruolo in un modo che non dà riferimenti all’avversario e spesso ce li toglie anche a noi, che non sappiamo dove trovarlo”. Ma ripeto, in un’opera così corale, nessun singolo ha brillato solo di luce propria: questa è la Lazio di Maurizio Sarri".

Due le uniche noti dolenti: le Coppe e i tanti punti persi (addirittura 21) dopo situazioni di vantaggio. Quali sono stati i motivi di questi due talloni di Achille?

"Le disavventure della Lazio in Europa hanno origini risalenti nel tempo. Vorrei essere chiaro in merito. Nell’ultimo decennio i capitolini hanno fatto visita - in campo europeo - a Trabzonspor, Legia Varsavia, Ludogorets, Bayer Leverkusen, Dnipro, Rosenborg, St.Etienne, Galatasaray (due volte), Sparta Praga, Vitesse, Steaua Bucarest, Zulte Waregem, Dinamo Kiev, Salisburgo, Eintracht, Marsiglia (due volte), Apollon Limassol (due volte), Siviglia, CFR Cluj (due volte), Celtic, Rennes, Club Brugge, Zenit San Pietroburgo, Borussia Dortmund, Bayern Monaco, Lokomotiv Mosca, Porto, Midtjylland, Sturm Graz, Feyenoord e AZ. Salva qualche rarissima eccezione, trattasi di rivali non insormontabili, eppure in 35 trasferte la Lazio ha espugnato soltanto 5 di questi campi. Uno score avvilente. Fuori dai confini nazionali l’obiettivo primario del club deve essere quello di costruire una mentalità, ma non si tratta di un obiettivo raggiungibile nell’immediatezza, perché da due decenni la squadra si trova a febbraio nelle condizioni di dover fare una scelta tra le competizioni e trattare sistematicamente l’Europa come un intralcio piuttosto che come un palcoscenico di prestigio. Andate a guardare la media punti in campionato della Lazio a cavallo degli impegni di coppa e vi accorgerete che è sempre una media da parte destra della classifica; al contrario, quando le aquile hanno avuto l’intera settimana a disposizione hanno viaggiato a gonfie vele. Anche quest’anno, il trend si è ripetuto: posto che tutte le big, pur avendo rose ben più profonde di quella biancoceleste, hanno sofferto tremendamente gli impegni UEFA infrasettimanali (nello specifico il Milan ha perso 18 punti a cavallo delle partite europee, l’Inter 29, la Juve 25, la Roma 34, la Fiorentina 37) optando tutte per l’all-in su Champions, Europa o Conference League, la Lazio è stata estromessa dall’Europa League e dall’8 gennaio ha inanellato 4 mesi di soli risultati utili in serie con l’unica eccezione della sconfitta interna con l’Atalanta. Risultato: gli uomini di Sarri hanno accumulato un vantaggio che li ha resi irraggiungibili dalle competitor nel rush finale. Dato l’organico, andare avanti in Coppa fino alla fine avrebbe significato rinunciare al bottino che porterà in dote la qualificazione alla Coppa dalle Grandi orecchie, unica chance di poter investire sul mercato e portare avanti il lavoro della guida tecnica. E dopo un secondo posto, migliorarsi può voler dire soltanto cominciare a ben figurare anche negli impegni infrasettimanali senza perdere troppo terreno in Serie A, consapevoli che - come ha già volte ribadito Sarri - “l’unica via per crescere è giocare la Champions League per tre o quattro anni consecutivi”, cioè non renderla sporadica. Quanto alla seconda parte della domanda, non ritengo il dato sui punti persi da situazione di vantaggio così eclatante. Infatti, la Lazio 2022/23 è andata quasi sempre avanti nel punteggio, invertendo la costante dello scorso anno. Mi spiego. Se nella stagione 2021/22 il tallone d’Achille della squadra era l’approccio alla partita (con 38 gol subiti nei primi tempi, una marea), quest’anno la Lazio è sempre entrata in campo al meglio, subendo solo 9 reti nella prima frazione (tra l’altro sempre o su calcio piazzato o su clamorosi errori dei singoli). Per capirci, nessuna squadra ha incassato meno reti al break nei primi cinque campionati d’Europa. Ciò che invece è da “imputare” alla Lazio di quest’anno è - curiosamente - di non essere mai stata una squadra da rimonta. Soltanto col Bologna alla prima di campionato è riuscita a ribaltare il punteggio dopo essere andata in svantaggio, e - cosa ancor più clamorosa - da fine agosto in poi è stata capace di segnare la miseria di tre reti dopo aver subito gol: Zaccagni alla Juventus e Milinkovic a Lecce e Cremonese. Segno evidente che, quando ferita, questa squadra fa davvero fatica a reagire, e motivo per cui la società dovrà orientarsi in sede di mercato su profili di carisma e personalità".

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Dopo quindici anni da dirigente, il presidente Claudio Lotito ha deciso di non rinnovare il contratto al ds Igli Tare: cosa pensi del suo operato, così tanto criticato da molti tifosi?

"Penso che sia stata una scelta persino troppo tardiva. Igli Tare ds è stato un’invenzione del Presidente Lotito. A mio modesto parere, l’operato del direttore sportivo era stato positivo dal 2009 al 2015, con tanti acquisti indovinati (da André Dias a Hernanes, da Lulic a Klose, da Anderson a Biglia, da Alvaro Gonzalez a de Vrij, da Candreva a Parolo) e qualche delusione. Quando si è trattato di alzare l’asticella, negli ultimi otto anni abbiamo assistito ad un autentico fallimento: ho contato una cinquantina di acquisti rivelatisi dei flop clamorosi, che hanno bloccato la crescita della Lazio. Non puoi presentarti al play-off di Champions League col Bayer Leverkusen acquistando i soli Patric, Kishna, Morrison, Mauricio, Basta e Hoedt, e poi dimostrarti recidivo nell’estate del 2020, quando sei certo di dover affrontare un girone di Champions League e porti a Roma nuovamente Hoedt, poi Akpa-Akpro, Escalante, Fares, Pereira, Kiyine e Muriqi. Aggiungiamo un dettaglio non da poco: la direzione sportiva targata Tare non è mai riuscita a vendere. Al di là di centinaia di prestiti, penso alle cessioni onerose dell’ultimo quadriennio: si fermano a Correa all’Inter, Sprocati al Parma, Valon Berisha al Reims, Vavro al Copenaghen e Muriqi al Maiorca; gli ultimi tre rappresentano fallimenti eclatanti (e minusvalenze). In un calcio senza riconoscenza, non bisogna dimenticare che sotto questa direzione sportiva il club ha conquistato sei trofei, ma da troppo tempo il modus operandi della società non prevedeva alcuna programmazione: si viveva alla giornata, attendendo le famose “occasioni sul mercato”. Questa sessione di mercato sarà uno spartiacque decisivo, dunque servivano scelte drastiche. E quando bisogna scegliere tra riscaldare una minestra e affidarsi all’allenatore più vincente che si sia mai seduto sulla panchina della Lazio, onestamente l’alternativa non esiste. Detto ciò, con le uscite di elementi altisonanti che si profilano, la società dovrà dimostrare di essere disposta a mutare forma mentis e accontentare il tecnico. Non sarà facile".

Spesso e volentieri quando in casa Lazio le cose vanno male, la stampa (soprattutto romana) è iper critica, a differenza invece della sponda giallorossa che solitamente è molto più morbida: sei d'accordo? Ed eventualmente da cosa può dipendere questa differenza?

"Faccio una piccola premessa. Il tifoso laziale è un tifoso sui generis: è onesto intellettualmente, ha spirito critico, è acuto, è più realista del re e abituato a soffrire sportivamente: se la squadra è in vantaggio di misura, penserà fino al fischio finale di poter perdere la partita. Sa da dove viene, è cauto, i trionfalismi e le esaltazioni preventive non gli appartengono. Al contrario, all’altra parte piace molto fantasticare: fanatismi, una certa prosopopea e un ipertrofico ottimismo fan parte dell’altra sponda del Tevere. Se la Roma va in vantaggio, il tifoso giallorosso pensa alla goleada. Per indole hanno bisogno di un capopopolo (che nell’ultimo biennio è stato Mourinho), e sono molto bravi a remare nella stessa direzione. Il tifoso laziale non segue le mode, ha un’indipendenza mentale che lo porta a sottoporre ogni questione a vaglio critico. Fatta questa distinzione, io credo la critica sia una componente essenziale di un giornalismo acuminato, quando non è precostituita. Il fatto è che buona parte dei giornalisti della carta stampata romana hanno chiare simpatie giallorosse e, se possono, evitano di mettere in difficoltà la società. La Lazio ha meno rappresentanti nelle redazioni, è più restia a certi tipi di rapporto e oggi ha un allenatore che farebbe volentieri a meno dei giornalisti (ride, ndr). Qualche settimana fa il mister mi disse testualmente, nella pancia dell’Olimpico: “Quando parlo con i giornalisti, di loro non mi importa nulla, li uso solamente per mandare messaggi alla squadra o al popolo laziale”. Suo intento non era mancare di rispetto alla categoria, ma evidenziare con sincerità di non essere abituato a leggere nulla, a dare notizie a nessuno, a perdersi in chiacchiere: è un allenatore da campo, un maniaco della tattica, un uomo meticoloso, un uomo del fare. Posso assicurare che questa sua ritrosia a parlare in privato con i giornalisti è la causa principale di una serie di antipatie nei suoi confronti, e la ragione di molte critiche prive di fondamento. Andando oltre, son convinto che per una società imparare ad accettare le critiche possa costituire un’occasione di crescita e anche uno sprone importante, e la comunicazione della Lazio, in tal senso, sta facendo passi da gigante".

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La stella della squadra, ovvero il centrocampista serbo Milinkovic (in scadenza 2024), è in procinto di andare via dopo otto anni disputati a grandi livelli: è giusto lasciarlo partire, oppure ci sarebbe da fare un'offerta irrinunciabile per trattenerlo, visto anche la partecipazione alla Champions League? E se ci dovesse essere la cessione, in quale squadra lo vedresti bene?

"Qui la mia risposta è netta. Credo che Milinkovic sia il vero calciatore insostituibile, nonché il più forte e determinante, dell’era Lotito. Dal giorno del suo arrivo alla Lazio, il serbo è con Gomez e Ilicic dell’Atalanta l’unico centrocampista della Serie A ad aver superato le cento partecipazioni in zona gol (tra reti siglate e assist forniti). Con Sarri è diventato il miglior capocannoniere straniero della storia del club, e per due anni su due è stato il primo centrocampista dell’intero campionato per chilometri percorsi, duelli vinti e recuperi del pallone. Si è preso la squadra sulle spalle, giocando 94 gare sulle 98 del biennio-Sarri, mettendo la firma su tutte le vittorie più prestigiose. In otto anni la società non è mai riuscita a costruire attorno a lui una squadra che potesse giocare stabilmente la Champions, ed è destinata a perderlo ad un anno dalla scadenza del contratto. Il calciatore è legatissimo a club, ambiente, città e tifosi, ma ritiene terminato il suo lungo ciclo con l’aquila sul petto e difficilmente firmerà il rinnovo di contratto. Quando partirà, la Lazio dovrà colmare un vuoto di proporzioni gigantesche, perché Milinkovic è stato per quasi un decennio il pilastro della compagine biancoceleste. Credo che ogni tifoso della Lazio si auguri di non vederlo in un’altra squadra italiana; le qualità del giocatore gli permetterebbero di fare bene ovunque, tuttavia, per caratteristiche ed esigenze tattiche, lo vedrei più nella Juventus che a Milano dai suoi vecchi allenatori Pioli e Inzaghi. Per palcoscenici ancora più considerevoli forse gli mancano un pizzico di ritmo e dinamismo in più".

Quali sono i ruoli che necessitano di un intervento maggiore, per rinforzare la squadra e affrontare la nuova stagione con ottime prospettive?

"Parto dal presupposto che giocare quattro competizioni almeno da settembre a gennaio (Serie A, Coppa Italia, Champions League, Supercoppa italiana) sarà altamente dispendioso. Oltre al campionato, la Lazio il martedì e il mercoledì avrà di fronte solo big match: sarà sorteggiata con le grandi d’Europa in Champions League e sfiderà le prime della classe in Italia nella Supercoppa in Arabia; con la prospettiva di affrontare la Roma nei quarti di finale della prossima Coppa Italia. Dato il rendimento praticamente nullo degli acquisti della scorsa estate Maximiano (3 minuti in campionato), Gila (86’) e Marcos Antonio, compito della società sarà trovare un portiere affidabile che di tanto in tanto faccia rifiatare Provedel, un centrale di difesa che consenta rotazioni a Romagnoli e Casale, e un play che si alterni con Cataldi. Ma la priorità è in attacco. La Lazio è stata l’unica squadra d’Europa ad affrontare la stagione 2022/23 con una sola punta di ruolo in rosa e con sole tre ali, che con lo spostamento a centravanti di Felipe Anderson diventavano due, Pedro e Zaccagni. Cancellieri e Luka Romero, considerati acerbi e ancora inadatti, hanno avuto uno spazio irrisorio. Con i rinnovi di Pedro e Felipe Anderson che sono cosa fatta, un esterno d’attacco affermato e incisivo in zona gol e un goleador che sia alter-ego e non soltanto vice di Ciro Immobile rappresentano le necessità impellenti, poiché - come ha ricordato Sarri dopo Lazio-Cremonese 3-2 - il modo di giocare di una squadra dipende dalle caratteristiche degli interpreti del reparto offensivo, e la Lazio ha bisogno di maggiore varietà e di più alternative. Già senza le possibili cessioni di Milinkovic e Luis Alberto la società avrebbe un gran da fare, ma è lampante che la partenza di una o di entrambe le mezzali che hanno fatto le fortune della squadra negli ultimi anni costringerebbe il club a una sorta di rivoluzione estiva. Tra i nomi sul taccuino di Maurizio Sarri ci sono pezzi da novanta su cui la concorrenza è altissima: Audero; Parisi; Frattesi, Torreira o Jorginho, Zielinski; Berardi; Milik, Rafa Silva, e profili di questo spessore non sbarcano nella Capitale da tempo immemore. Insomma, ci sono tutte le premesse per due mesi e mezzo di fuoco. La Lazio deve decidere cosa vuole fare da grande, e le prossime settimane assomigliano molto ad una resa dei conti".

Ringraziamo Niccolò Faccini per la sua disponibilità e gli auguriamo le migliori cose per il futuro.