Dybala: dalle “botte” di Gattuso alla voglia di vincere appresa da Marchisio e dalla Juve

Pubblicato il autore: Silvia Campagna Segui

dybala
L’attaccante della Juventus Paulo Dybala si racconta al quotidiano La Repubblica tra aneddoti, ricordi del passato e dichiarazioni riguardanti il Palermo e ovviamente il club bianconero.

LE “BOTTE” DI GATTUSO AL PALERMO – Prima di approdare alla Juventus a inizio estate 2015, Paulo Dybala ha militato per tre stagioni nel Palermo, che lo ha acquistato dall’Instituto de Cordoba per 12 milioni di euro. Mister dei rosanero per pochissimi mesi di campionato 2013-2014 fu Gennaro Gattuso e su di lui l’attaccante rivela un particolare aneddoto: «Gattuso mi ha allenato solo per pochi mesi ma mi ha insegnato a prenderle. In allenamento mi metteva trequartista e lui faceva il mediano: se lo saltavo, mi stendeva. È così che ho imparato a gestire il contatto, ad anticipare gli interventi e a difendermi col corpo. Grazie a lui ho capito che se non sei allenato non ce la puoi fare. Basti pensare a Cuadrado: sembra leggero ma sa assorbire le botte e non lo butti giù».

IL SOGNO DI SCONTRARSI CON LA PULCE – Parlando di giocatori possenti, si arriva a parlare della pulce, Lionel Messi: «Conoscerlo è l’unico sogno che non ho ancora avverato, perché quando mi hanno convocato nell’Argentina lui non c’era. Non gli ho mai parlato, non mi sono mai scontrato con lui sul campo ma lo seguo sempre. Penso che da lui potrei imparare tantissimo anche a livello umano. Per noi giovani argentini è lui il punto di riferimento, anche se da molti è criticato perché, al contrario di Maradona, lui non ha vinto un Mondiale. Ma io non faccio paragoni. Criticare Messi è una cosa da pazzi! Non vedo l’ora di poter giocare con lui. Per me non è un collega, ma un idolo». E all’inevitabile domanda se avresse preferito che la Juventus venisse sorteggiata con il Barcellona anziché Bayern Monaco pur di conoscerlo sul campo di Champions League, la risposta di Paulo è assolutamente secca: «Non sono masochista fino a quel punto».

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ARGENTINO AL 100% – L’attaccante juventuno ha sangue e passaporto polacco (grazie al nonno) e italiano (grazie alla bisnonna), ma ha voluto comunque scegliere di rappresentare l’Argentina: «Mi sento argentino al 100%, anche se a causa degli occhi chiari non lo sembro. Quando ho dovuto scegliere non ho avuto dubbi, anche se so che nell’Italia o nella Polonia avrei avuto meno concorrenza. Ma voglio giocare nell’Argentina e se non dovessi riuscirci mi porrò delle domande, ma non cambierò comunque bandiera. Non sarei felice in una Nazionale che non sento mia, con un inno che non è il mio, con colori che non sono i miei».

LA FAMIGLIA – Dybala perde il padre quando ha solo 15 anni, ed era certamente lui il suo più grande supporter: «Mi accompagnava a tutti gli allenamenti. Mi manca moltissimo, però la sua assenza mi ha dato forza e maturità. Ho capito che se volevo far carriera dovevo andar via da casa e a 15 anni dopo la morte di mio padre sono andato a vivere nella pensione dell’Instituto de Cordoba. In Argentina si diventa uomini molto presto. Sono molto legato alla mia famiglia. Mia madre è qui a Torino con me».

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VIA DALL’ARGENTINA – Paulo non pensava di lasciar l’Argentina così presto, a soli 18 anni, ma di giocare nel River o nel Boca Junior per due o tre anni prima di partire per l’Europa. Poi però nel 2012 arriva il Palermo di Zamparini e 12 milioni di euro: «Fui costretto ad accettare, mi implorarono perché quei soldi sarebbero stati la salvezza del mio piccolo club. Ma il Presidente è sparito poco dopo avermi venduto e adesso l’Instituto è di nuovo senza soldi. I miei vecchi compagni non sono pagati e tirano avanti grazie agli aiuti dei tifosi. Sono arrabbiato perché il mio sarificio non è servito a nulla e ho la sensazione di essere stato soltanto usato».

IL PALERMO – 93 presenze e 21 gol con il club siciliano, di cui Dybala ha un ottimo ricordo: «Mi hanno accolto come se fossi lì da dieci anni, anche se all’inizio è stata dura: non capivo la lingua, non avevo mai cambiato allenatore e non riuscivo a capire, come mi dicevano i compagni, che con Zamparini era normale. La retrocessione in Serie B è stata un trauma, ma poi al Palermo ho imparato quello che avrei potuto imparare al River o al Boca. Certo, avrei voluto arrivare subito in una grande squadra, ma penso che il mio destino è stato quello di arrivarci passando dalla Sicilia».

LA JUVENTUS – Ormai è etichettato come “il nuovo Tevez”, e non c’è da stupirsi visto le sue 10 reti dal suo arrivo a Torino, 8 delle quali in Serie A. Club e tifoseria lo adorano e sono assolutamente certe che l’argentino sia degno dei colori bianconeri, così come ne è certo anche lui: «Non ho mai avuto alcun dubbio che la Juve fosse troppo per me, altrimenti sarei rimasto a Palermo. Non dovevo mica fare quindici gol nelle prime sei partite, e se Allegri non mi fa giocare non è perché vuole perdere. Non mi arrabbio se vengo lasciato in panchina. Come posso arrabbiarmi con Allegri che l’anno scorso ha vinto tutto?! E poi la Juve mi ha insegnato la voglia di vincere. Dopo la finale di Berlino tornai con l’aereo della squadra e sono rimasto molto colpito da Marchisio. Venne a presentarsi e mi disse: “Preparati bene, che l’anno prossimo dobbiamo vincere tutto”. Era incredibile: avevano appena giocato una finale di Champions League e invece che alle vacanze pensavano già alla prossima stagione. È lì che ho capito che differenza ci fosse tra il Palermo e la Juve. Differenza che c’è anche dal punto di vista tecnico: al Palermo giocavo prima punta, Allegri invece mi tiene più indietro».

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OBIETTIVI PERSONALI – Paulo non pensava di imporsi così in fretta alla Juventus e ciò ha inevitabilmente cambiato i suoi obiettivi: «Sono più avanti del previsto. Avevo in mente di fare 15 gol in tutta la stagione, ma visto che sono già a 10 dovrò cambiare il numero e farne di più».

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