Il presidente ci ricasca ancora. Zamparini, croce e delizia di un Palermo allo sbando

Pubblicato il autore: Gianmarco Cesare Segui
Il presidente del Palermo, Maurizio Zamparini, in carica dal 2002, sta cercando di vendere il club e uscire definitivamente dal mondo del calcio

Il presidente del Palermo, Maurizio Zamparini, in carica dal 2002, sta cercando di vendere il club e uscire definitivamente dal mondo del calcio

A Palermo lo sanno bene, dici Maurizio Zamparini e pensi a uno dei presidenti più vulcanici della Serie A. I precedenti parlano da soli, una trentina di allenatori in 15 anni e i rapporti con la tifoseria -già molto tesi da sempre- toccano oggi i minimi storici. A confermare questo dato, inevitabilmente, ci pensano le statistiche e la classifica. Da quando l’esordiente Roberto De Zerbi ha preso in mano la squadra, l’unica vittoria è giunta in trasferta sul campo dell’Atalanta. Per l’ex allenatore del Foggia, da quel momento in poi, solo sconfitte: zero punti raccolti al Renzo Barbera (un vero e proprio fortino negli anni passati) e soprattutto sette sconfitte di fila in campionato -l’ultima in casa contro la Lazio- culminate in settimana con l’eliminazione dalla Coppa Italia ad opera dello Spezia, squadra che milita in B. Proprio questa sarebbe stata, a detta dello stesso patron, l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso: “E’ stato uno spettacolo penoso, sia la squadra che l’allenatore. Avevo chiesto di far giocare le prime linee, invece De Zerbi ha mandato in campo molte riserve. E’ stato offensivo per me e per il pubblico di Palermo e chiederò la risoluzione contrattuale” tuona Zamparini in un’intervista per il quotidiano di Repubblica dell’edizione di Palermo. Parole molto dure, confermate poi sul sito ufficiale della squadra in un comunicato di appena due righe che annuncia l’insediamento di Eugenio Corini, ex capitano che di sicuro avrà il tifo dalla parte sua e che in A, col Chievo, ha fatto bene. Ma le conseguenze di questo uragano non finiscono qui, perché è atteso nelle prossime ore il comunicato sulle dimissioni del ds Faggiano, che solo pochi mesi fa era entrato in società. Tanto ha tuonato che alla fine ha piovuto, e in uno scenario da effetto domino come questo si ha l’impressione di un Palermo nel caos più totale.

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Difficile dire quale sarà il destino che attende la squadra da qui a fine stagione. L’ultimo atto di Zamparini sarà definire il passaggio di proprietà, dopo un’estate persa alla ricerca di compratori (prima Frank Cascio e poi i cinesi) con trattative a buon punto che, puntualmente, si sono arenate fra mille incertezze e lo scontento di un’intera città. Una città che già di recente aveva vissuto il tracollo in B per poi risollevarsi immediatamente l’anno successivo, disintegrando la concorrenza. Adesso gli spettri della retrocessione sembrano riaffiorare, e tra dichiarazioni al veleno, potenziali compratori che non si fanno avanti e staffette continue di allenatori, una piazza come Palermo non può permettersi simili teatrini. E’ vero, Zamparini negli anni ha dato tanto a Palermo, e dal momento in cui è subentrato nel 2002 -dopo decenni di scioglimenti e rifondazioni- molte cose sono cambiate. Una promozione dopo l’altra fino all’ approdo nel massimo campionato che mancava dal ’72-’73, una qualificazione in Champions sfiorata per due soli punti, una finale di Coppa Italia persa contro l’Inter nel 2011 e un ottavo di finale in Europa League. Per non parlare di tanti prospetti lanciati proprio alla Favorita, le cui cessioni hanno generato enormi plusvalenze, enormi almeno quanto le defezioni che la squadra stessa ha subito negli anni, senza la possibilità di consolidarsi e crescere insieme ai propri campioni (ed è proprio questa una delle maggiori colpe a lui imputate dai sostenitori, l’aver pensato sempre e solo al guadagno).

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Che Maurizio Zamparini fosse stanco del mondo del calcio lo si sapeva da ormai un paio di anni, e da allora qualcosa in lui è cambiato. Pur di trattenere De Zerbi sulla panchina, nonostante i pessimi risultati, aveva scritto una lettera aperta ai tifosi e ha continuato a difenderlo strenuamente fino a quando non ha avuto più scelta. Negli ultimi tempi lui e il Palermo hanno preso sempre più le distanze; solo lo spauracchio della retrocessione ha regalato notti insonni al patron rosanero nella passata stagione, con ben nove cambi in panchina, un vero record. Da giugno il distacco si è fatto più evidente: la dichiarata volontà di cedere le quote e allontanarsi per sempre dal calcio, la ricerca di una cordata solida in grado di portare avanti un progetto. Ciò ha messo il mercato in secondo piano e di conseguenza non si sono più creati ricambi nella rosa tra una sessione e l’altra. Viene da mangiarsi le mani pensando alla gestione di Belotti, attuale capocannoniere in Serie A e nel giro della nazionale. A questo bisogna aggiungere le tante, troppe scommesse fatte su giovani ancora impreparati ad affrontare un campionato come il nostro, in assenza di una spina dorsale composta da senatori quali erano Sorrentino, Maresca e Gilardino. Ne viene fuori un Palermo nettamente indebolito rispetto alla passata stagione, senza più fenomeni come Dybala e Vazquez e con il solo Nestorovski (chi l’avrebbe mai detto) in veste di finalizzatore e trascinatore, ma ancora non basta. Corini eredita uno spogliatoio in cerca di un leader vero, che sappia dettare e mettere in pratica sul campo le proprie idee, ma eredita anche una difesa estremamente perforabile, un centrocampo pieno di talenti inespressi e poco utilizzati (Hiljemark, Chochev, Quaison) e un attacco che, tolto il solito Nestorovski, dovrà vincere le scommesse Embalo e Bentivegna per trovare delle valide alternative. Di certo, se il nuovo mister adotterà la linea verde potrà pescare qualche carta valida dal proprio vivaio: nelle ultime settimane il ’97 Pezzella ha fatto il suo esordio e da qui in avanti avrà delle chances importanti. Non c’è più molto tempo e risorse, per il Palermo è tempo di sfruttare al massimo ogni elemento a disposizione, ma tutto deve partire dalla squadra che scende in campo a patto che, intorno ad essa, ci sia un ambiente stabile, produttivo e positivo.

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