Mister Allegri e gli schemi della Juventus

Pubblicato il autore: Giovanni Anania Segui

juventus allegri

Quando fu chiesto ad un famoso allenatore della nazionale brasiliana con quale criterio convocasse i giocatori pare che la risposta sia stata: prima chiamo quelli che sanno giocare al calcio, poi eventualmente gli altri.
Erano i formidabili anni ’60, quando il talento del fuoriclasse non era ancora sacrificato sull’altare dello schema.
Deve aver recepito pienamente quella battuta, l’allenatore della Juventus, Max Allegri. Dopo la batosta subita dalla sua squadra contro l’odiata (sportivamente) Fiorentina, il tecnico bianconero ha rispolverato questa antica perla di saggezza e ha messo, finalmente, in campo tutti i suoi giocatori migliori, emarginando quelli meno dotati di classe.
Poichè i suoi migliori giocatori bianconeri sono attaccanti  (Higuain, Dybala, Cuadrado e Mandzukic), mentre il centrocampo, dopo le cessioni di Vidal e Pogba e l’abbandono di Pirlo, si è tecnicamente assai impoverito rispetto al recente passato, potendo contare su soli tre giocatori di sicuro livello internazionale (Pjanic, Marchisio e Khedira), dal cilindro di Allegri è uscito uno schema inedito, mai adottato in carriera dal tecnico livornese: il 4-2-3-1 (o, se si preferisce, il 4-2-4, il modulo caro al Brasile di Pelé, tanto per tornare là, da dove eravamo partiti.
Da allora, la Juventus ha sempre vinto e, malgrado il modulo ultra-offensivo, ha subito un solo gol.
In questo schema Mandzukic gioca fuori ruolo, e forse là davanti sulla sinistra gli dovrebbe essere preferito il talentuoso Marko Pjaca, ed uno a turno, tra Pjanic, Marchisio e Khedira, è destinato, di volta in volta, a restare fuori.
Il che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, che anche la squadra di quest’anno non è stata costruita dall’allenatore e che l’adozione di questo “spartito” di gioco è stato frutto della più assoluta, quanto felice, improvvisazione.
Ma Allegri, apprezzato dai presidenti delle società di calcio anche per questo, è un aziendalista, entra poco nelle scelte di mercato ed allena, senza batter ciglio, i giocatori che la società gli mette a disposizione.
Insomma, l’attuale tecnico della Juventus non ha un suo “credo” calcistico (strano per un allievo di Galeone…..) che richiede degli interpreti adatti al suo tipo di gioco.
Come Capello – che, infatti, ha recentemente dichiarato di rivedere in Allegri sè stesso – o, andando più indietro nel tempo, come Trapattoni è dell’idea che le partite le vincono i giocatori e non gli schemi. Un’ovvietà, quest’ultima, che, nel mondo conformista del calcio moderno, solo gli “eretici” alla Zeman osano mettere in discussione.
Certo, l’organizzazione tattica, la c.d. “mano” dell’allenatore, da sola non basta per vincere le partite.
Tramontata la generazioni di Cruijff, l’Olanda ha continuato a praticare il suo “calcio totale” ottenendo risultati assai modesti fino a quando quel calcio non trovò nuovi e altrettanto degni interpreti. Tuttavia, il calcio resta uno sport di squadra e, senza un gioco corale di qualità, la qualità dei giocatori non basta ai massimi livelli.
Forse, alla Juventus, l’estro di Dybala o il fiuto del goal di Higuain basteranno in Campionato, dove la concorrenza è, tutto sommato, modesta, ma in Champions League probabilmente no.
Non è un caso che l‘équipe che ha lasciato di più il segno negli ultimi dieci anni è quel Barcellona, che ha nel suo tipo di gioco (l’ormai famoso tiki taka) il suo “marchio di fabbrica”, quasi la sua “filosofia”.
Ad ogni modo, gli amanti del bel gioco, tra gli juventini, si rassegnino.
Con Mister Allegri, come con Capello, vedremo vedere giocare bene la Juventus solo negli highlight, che colgono l’attimo della giocata individuale, ma mai allo stadio o in diretta Tv per 90 minuti.
  •   
  •  
  •  
  •