Atalanta buon compleanno, 110 anni di storia della Dea

Pubblicato il autore: Andrea Brumana Segui

17 ottobre 1907 – 17 ottobre 2017: 110 anni di coinvolgente passione, di orgogliosa appartenenza, di imperturbabile fede, in una sola, nerazzurra, parola 110 anni di Atalanta, la “Regina delle provinciali”.
Le tinte che, da più di un secolo, vanno a dipingere il ritratto di questa realtà, piccola fra le grandi ma ormai volta a crescere, sono l’infaticabile agonismo, la sfacciata personalità e l’anonima concretezza, in sintesi una pluralità di forme che, abilmente plasmate, la avvicinano, per DNA, proprio alla mitologica figura da cui prende il nome; l’una abbandonata dal padre, l’altra, per diverso tempo, poco più che comparsa fra i celebri protagonisti della scena calcistica, entrambe capaci di riscattarsi, abili nel riemergere, tenaci a lottare e pregiate da conquistare.

La pluridecennale storia della Dea è un complesso avvicendarsi di speranze, delusioni e rivincite, è una sorta di quadro impressionista contenitore di tanti memorabili istanti nerazzurri: dai primi faticosi anni di assestamento all’impensabile casacca bianconera, dalle cocenti retrocessioni in B e da quella malinconica in C1 all’apice del trionfo in Coppa Italia, dalle inebrianti partecipazioni alla UEFA nel biennio ’89 – ’91 alla meravigliosa, leicesteriana favola della scorsa stagione; nel mezzo un fantastico via vai di campioni, simboli e leggende.
Redditizio serbatoio di talenti e appagante palcoscenico per calciatori affermati, l’Atalanta identifica sia la favolosa fenice simbolo di caparbia rinascita sia l’omonima dea immagine di perenne competitività.

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110 sono le candeline soffiate e, altrettanti, gli autunni trascorsi da quell’ottobre del 1907 tanto remoto quanto profanamente sacro, 57 le edizioni di serie A disputate come invidiabile testimonianza di indiscusso primato fra le città non capoluogo, suo il maggior numero di promozioni nella massima serie, sintomo sì di diffusa incostanza ma, per lo più, di solida stabilità, 20 le presidenze diverse, ciascuna con le proprie dietrologie, con eterogenee visioni e con disparate conseguenze: l’era della Coppa Italia sotto Daniele Turani, il ventennio glorioso spartito fra Achille e Cesare Bortolotti, la parentesi di Ivan Ruggeri a cavallo fra i millenni e l’attuale realtà di Antonio Percassi.
Numeri di una “piccola” del calcio italiano sempre più consapevole di cosa voler diventare da grande, statistiche di una squadra conscia di se stessa, degli inevitabili difetti e delle proprie, effetive potenzialità, finestra aperta sull’anima di una società specchio della tangibile passione del suo popolo.

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L’amore per l’Atalanta non è il semplice legame emotivo di un tifoso nei confronti della sua squadra del cuore, è un qualcosa di completamente diverso, quasi una sorta di religione profana il cui credo viene professato ogni domenica da una città intera; L’ “Atleti azzurri d’Italia” è il tempio calcistico consacrato alla Dea, è il luogo dove per 90 minuti 20.000 nerazzurri celebrano la loro fragorosa, viscerale e totale devozione, è l’erba che dal 1928 accompagna la corsa, il sudore e le gioie di chi la calpesta, è il pezzo di cielo che guarda dall’alto la pluridecennale evoluzione di una delle più belle realtà del calcio moderno.

La favola dell’Atalanta è cominciata 110 anni fa e, in questo rilevante lasso di tempo, ha percorso un sentiero pericolosamente insidioso, permeato dal dolce sapore della vittoria e dall’amaro retrogusto della sconfitta; il passato parla di difficoltà, organizzazione e successi, il presente testimonia gioie, internazionalità e progresso, il futuro auspica continuità, soddisfazioni e impegno.
“Verba volant scripta manent”, è ciò che si concretizza a passare alla storia, le belle parole col tempo perdono significato; 110 anni hanno tracciato una strada gloriosa, è necessario, ora, continuare a seguirla.

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