Storie di Supereroi: George Best

Pubblicato il autore: Gianmarco Mannara Segui

Siamo a Belfast, inizio 900. Un padre di famiglia viene licenziato dal cantiere in cui lavora mentre altri mille dei suoi colleghi continua la costruzione del transatlantico più grande del mondo, che da lì al suo primo viaggio si sarebbe schiantato contro un iceberg diventando uno dei disastri navali peggiori della storia. Ma non è il Titanic il protagonista di questo racconto, neanche il carpentiere appena licenziato; anche se lui ci va molto vicino, perchè il padre di famiglia in questione ha una casa e una moglie in uno dei quartieri più poveri della città, e tra i suoi numerosi figli ne spicca uno in particolare. Non per altezza, infatti a quindici anni non superava neanche il metro e settanta; ma quel ragazzo da quando cammina tira i calci ad un pallone, come tutti i suoi coetanei del resto, ma non come lui. A quindici anni quando non superava il metro e settanta viene chiamato per giocare contro una squadra di ragazzi di due anni più grandi di lui. Fa due goal, e fa venire il mal di testa al suo marcatore. Durante quella partita un certo Bob Bishop, osservatore dello United lo indica e fa: “Ho trovato un genio“. Quel genio si chiamava George Best, uno che poteva essere il migliore del mondo, solo che non aveva tempo.

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Pochi giorni dopo quella partita prende un traghetto per Liverpool, poi un treno per Manchester; una volta lì il piccolo George Best prende un taxi e chiede all’autista: “Possiamo passare all’Old Trafford?” anche se il provino si teneva al centro di allenamenti dello United, tutt’altra strada. Allora il tassista gli sorride e gli fa “Quale dei due?”. Si perchè a Manchester esistono due stadi con lo stesso nome: uno per il calcio e uno per il Cricket. Una volta che l’autista spiega questo al piccolo George la sua risposta è facilmente intuibile. Una volta al teatro dei sogni Best ne fu talmente spaventato che voleva tornare nella modesta casa di Belfast, cosa che effettivamente fa. Ma ancora una volta Bishop va da lui e lo convince a rifare il provino, questa volta lo fa. E il timido bambino lascierà il posto ad un uomo con i capelli lunghi e il viso da attore hoolywoodiano che veniva considerato una rockstar tanto da venir chiamato: “Il quinto beatles”.

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Il quinto beatles vestirà per undici anni la maglia numero sette dei Red Devils, vincendo praticamente di tutto: Premier, Pallone d’oro e una Coppa Campioni. Quando giocava faceva divertire, fu uno dei primi ad esultare dopo un goal quando in quel periodo al massimo ti prendevi una stretta di mano dal compagno di squadra. Scendeva in campo e come nella vita portava tutto tutto al limite. Quando dribblava portava la palla a dieci centimetri dai piedi dell’avversario e poi lo saltava come se nulla fosse. Questo perchè voleva fare come “El Bobadilla”, un torero contemporaneo a George Best che portava il toro a una decina di centimetri prima di superare le sue corna; questo perchè come Best voleva portare tutto all’eccesso, basti pensare alla vita privata del calciatore.

La sua celebre frase “Ho speso soldi per donne, alcool e macchine veloci. Il resto li ho sperperati” non l’ha disse mai in pubblico, ma ad un cameriere mentre gli portava una bottiglia di Don Perignon mentre lui si portava a letto Miss Mondo, una delle tante…

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A trent’anni George Best era praticamente un giocatore finito, colpa dell’alcool di cui non riusciva proprio a fare a meglio. Ma da un certo punto di vista fu un bene che smise così presto di giocare; perchè certe figure è meglio che lascino quell’impronta di talento e immortalità invece di vederlo spegnere anno dopo anno. La sua è una di quelle storie che ti fanno impazzire, come quando prese palla sulla trequarti avversaria e tornò indietro per fare un tunnel a Crujiff, per poi dirgli “Tu sei il migliore del mondo, solo perchè io non ho tempo“. Il 25 Novembre del 2005 muore in ospedale per via di una vita passata con la bottiglia in mano. Quel giorno, per volere di George un tabloid inglese pubblica una sua foto scattata durante gli ultimi giorni della sua vita, con la scritta “Non morite come me”.

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