Cagliari e la Nazionale ai piedi di Barella. Fenomenologia di un campione umile.

Pubblicato il autore: Davide Visioli Segui

Nicolò Barella – Getty Images ©

Cagliari e la Nazionale ai piedi di Barella. Fenomenologia di un campione umile.

Un solo aggettivo per quanto esteso al grado superlativo, non sarebbe sufficiente per descrivere la qualità, la completezza e la maturità raggiunta da Nicolò Barella alla sua terza stagione a Cagliari, terra che gli ha dato i natali, che l’ha allevato sin da bambino come tifoso e talento in erba, iniziandolo alla lunga scalata dalle giovanili fino alla prima squadra, affinandone le capacità, cresciuto tra retaggi mai sopiti lasciati dal solco impresso dal grande Cagliari dello scudetto e dal mito di Gigi Riva.
Premiato come prospetto più interessante della classe 97′ nelle stagioni 2012 e 2013, Barella ha mostrato fin dalla sua prima avventura “extra-isolana” a Como le stigmate del campione.
Una sola stagione per farsi le ossa in Serie B dai comaschi, è stata sufficiente a convincere il sodalizio rossoblù guidato dal presidente Tommaso Giulini, a puntare su di lui.
Un predestinato, dall’esordio ancora minorenne al Tardini contro il Parma nel 2015, a tutta la trafila con la Nazionale, dall’Under 15 fino all’Under 21, fino alla chiamata più recente della Nazionale maggiore prima con Ventura al crepuscolo della sua storia travagliata con l’Italia calcistica, al nuovo corso di Mancini, nel doppio impegno contro Polonia e Portogallo.
“Tuttocampista”, polivalente e versatile, in grado di adattarsi a qualunque ruolo di centrocampo, dal gioco di rottura a quello di impostazione, da mezzala alle incursioni in zona gol.
La stagione del salto di qualità Nicolò la vive con Massimo Rastelli che gli affida le chiavi del centrocampo rossoblù, ottenendo 28 presenze in campionato e una stagione da protagonista.
Ma la consacrazione arriva la scorsa annata, quando realizza il primo gol in A della sua carriera nel 2-0 contro la Spal, divenendo poi contro la Roma al comunale Olimpico, il più giovane calciatore ad indossare la fascia da capitano della storia rossoblù, scalzando il record precedentemente colto dall’ex Nicola Murru, ora alla Sampdoria.

Fenomenologia di un campione

Tra le peculiarità rappresentative dei grandi giocatori e in tal caso di Nicolò Barella, esiste l’avere un controllo e una lettura sull’azione che va al di là della propria singola percezione.
Prevedendo, influenzando la posizione e i movimenti di avversari, compagni e pallone, anticipando tutte queste giocate.
Leggere oltre le distanze e i movimenti, senza ancorarsi alla vista, è prerogativa dei fuoriclasse, ambito intangibile e onirico.
Immaginiamo l’attrazione fatale di un’attaccante nel “sentire” la porta, o per il difensore sentire la porta “sapendo” come e dove si muovono i compagni alle sue spalle.
Il “terzo occhio”, è suggestiva espressione di tale qualità.
Nel sentire la porta, un rapace d’area come Filippo Inzaghi era maestro, oppure Francesco Totti ed una carriera vissuta tra strabilianti giocate e i suoi “occhi dietro la testa”. Ed ancora Miralem Pjanic, che descrivendo le sue parabole, dice di avere già “la direzione in testa”.
Nicolò Barella a soli 21 anni, sembra già padrone di questo sesto senso calcistico, grado che gli permette di leggere il gioco e gli avversari, riuscendo ad anticiparli nelle loro mosse.
Ma saper prevedere il gioco, agendo conseguentemente, non basta per giungere nell’Olimpo dei più grandi.
Sul piano fisico, tecnico e psicologico, il 21enne si gioca una grande fetta del suo futuro, bilanciato tra limiti dovuti all’età e margini di crescita potenziali pressochè illimitati.
Nonostante il baricentro basso e la piccola taglia, Barella regge il confronto anche con avversari più fisici di lui, sprigionando una potenza non comune. Palla al piede poi, la progressione è rapida, ed è molto difficile rubargli palla.
Queste caratteristiche gli consentono di trovare brillantezza sia nella gestione del possesso di palla, che nelle incursioni da mezzala, fino al tocco vellutato sui lanci lunghi e nei filtranti.
I Dei del calcio sono stati generosi con Nicolò garantendogli un talento cristallino, rarissimo in giocatori così giovani, in certi casi ancora da plasmare, espressione di un livello inconscio.
Il massimo Barella lo mostra paradossalmente in situazioni di difficoltà, sottopressione, guidato più che dalla ragione, dal puro istinto. In tale ottica, Barella non realizza ancora fin dove si possono spingere le proprie possibilità. E questa è la prospettiva più eclatante. Il giorno in cui si renderà conto dei limiti del proprio talento, potrà sovrastarli. E quel giorno si fa sempre più vicino.

L’assalto delle grandi, il sogno di una bandiera e dell’Europa

Nella sua terza stagione, Barella ha ormai raggiunto un livello di gioco e personalità tali da impressionare tutti.
L’ultima perla è stata contro il Milan. Non stupisce l’alta valutazione del Cagliari (50 milioni di euro, e c’è da giurare che di questo passo crescerà ancora).
Nonostante la corte serrata delle big d’Europa, Nicolò ha da sempre posto in prima posizione solo i colori rossoblù e sarà questo indubbiamente l’ostacolo più grande per Juve, Milan, Inter, Roma, Liverpool, Paris Saint Germain, Manchester City.
Barella ha sempre rivelato di sognare l’Europa con la sua squadra del cuore, i rossoblù, tratto distintivo di un rapporto viscerale con la sua terra natìa. Speciale anche l’approccio al club Italia, nella quale solo 6 sardi prima di lui, avevano vestito (Cuccureddu, Matteoli, Zola, Sirigu, Cossu e Sau) l’azzurro.
Adesso a soli 21 anni, la strada si biforca tra esigenze di ambizione, con la possibilità di spiccare il volo verso lidi più munifici, o fissare il destino legandolo a quello della propria patria, termine fisso d’eterna leggenda, come esempio di “virtute e canoscenza”, romantica visione di un calcio che oggi sembra non esserci più.

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