Mourinho, affidarsi a lui non è più un grande affare

Pubblicato il autore: Armando Cheula Segui

HUDDERSFIELD, ENGLAND - OCTOBER 21: Jose Mourinho, Manager of Manchester United reacts during the Premier League match between Huddersfield Town and Manchester United at John Smith's Stadium on October 21, 2017 in Huddersfield, England. (Photo by Gareth Copley/Getty Images)

Ne è passata francamente di acqua sotto i ponti da quella magica notte del Santiago Bernabeu in cui la sua Inter, anche se sarebbe più opportuno definirla in un impeto subdolamente possessivo, la sua creatura, schiantò niente po po’ di meno che i teutonici mai domi del Bayern Monaco. Protagonista indiscusso, dentro il rettangolo di gioco, fu, lo ricordano bene gli aficionados nerazzurri, il principe Milito, autore della doppietta che consegnò al club di Moratti la terza Coppa dei campioni della sua storia, ma senza ombra di dubbio il vero artefice di quel memorabile trionfo fu il portoghese nativo di Setubal.
Ragionando a posteriori forse l’apice della sua carriera quanto a successi, visto che successivamente non ha mai mancato di sedersi su panchine di un certo prestigio: dopo il “triplete” di imperitura memoria, l’ex assistente di Robson e di Van Gaal ha posato le sue preziose natiche sulle panchine di Real Madrid, Chelsea e Manchester United, per la verità, così ad occhio e croce, con alterne fortune. Rielaboriamo un consuntivo post-Appiano Gentile.

Dopo il clamoroso all-in nerazzurro, Mou è convolato a nozze con le merengues: accolto in un tripudio di folla e di osanna, per la verità, la sua esperienza madrilena sponda Real ha vissuto più di luci e ombre che di accecanti trionfi e le sue indefettibili polemiche apparentemente fini a se stesse, in realtà un suo marchio di fabbrica di inestimabile capacità brevettuale, lo hanno accompagnato con ritmo sistematicamente tambureggiante nonchè assordante al crepuscolo del suo interregno alla corte di  Florentino Perez.
Il palmares, nel triennio da allenatore del Real Madrid, riporta di 1 Liga, 1 Coppa del Re e 1 Supercoppa di Spagna. Rispetto alle aspettative generate dal suo arrivo in terra ispanica, non il minimo sindacale ma non un ruolino così invidiabile. La vera mission con i blancos fu la conquista (fallita) della Decima, appuntamento centrato poco più avanti dal nostro Carletto Ancelotti.

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Dopo l’esperienza spagnola, Josè è (ri)approdato alla corte del Chelsea di Abramovich, squadra già allenata con profitto prima della felice parentesi nerazzurra. In terra londinese, il portoghese è rimasto poco più di due annate prima della rescissione consensuale, giusto il tempo di rimpinguare il suo palmares aggiungendo 1 (un’altra visto i due successi consecutivi del 2005 e del 2006) Premier e una non memorabile coppa di lega inglese, forse il trofeo meno ambito tra il grazioso bouquet formativo confezionato dalla federazione inglese.
Anche in Inghilterra, il tecnico di Setubal ha fallito nuovamente l’assalto alla Champions League: curioso come il Chelsea abbia raggiunto l’obiettivo con in panchina il mister meno celebrato e ammirato forse dell’intero circuito europeo: l’ex laziale Di Matteo, esempio lapalissiano di quanto dichiarato da Sacchi domenica scorsa in quel di Trento, di come il bel gioco abbinato alle vittorie conferiscano un’aureola morale sconosciuta a chi invece raggiunge il successo non allietando le folle, si direbbe così ad occhio e croce , l’ennesimo strale neanche tanto velato al grande nemico Max Allegri, reo di vincere a ripetizione all’italiana;tornando però sui nostri passi, Di Matteo, raggiunse per la verità, la vetta della Champions, estromettendo dapprima il Barcellona con il classico gioco mutuato dalla filosofia italiana, quello tanto per capirci del contropiede, raggiungendo l’apoteosi di siffatto dogma, nell’ultimo atto contro i padroni di casa del Bayern, battuti da una sfiancante e stregata lotteria dei rigori dopo essere stati raggiunti all’ultimo minuto di gioco da un gol di Didier Drogba. Non credo che quella sera i tifosi inglesi abbiano storto la bocca o corrucciato i lineamenti del viso, vero è che lo spettacolo legittima il successo ma in quel caso sacrificio ed abnegazione hanno non solo permeato ma sublimato quella clamorosa impresa di cui sono certo i tifosi del Chelsea (e non solo) vanno orgogliosi.

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Dopo aver rescisso con Abramovich, Mou è passato ad un convalescente Manchester United. Vero che al debutto sulla panchina dei Red Devils, il portoghese ha firmato un doublete, Europa League e Community Shield, che ha risvegliato dal torpore il popolo dello United. I fasti inebrianti dei trionfi di Sir Alex Ferguson però , un fardello obiettivamente insopportabile per chiunque, fanno propendere per ritenere esaurito il credito illimitato di cui ha potuto beneficiare la sua prima parte di carriera soprattutto in virtù della champions da underdog con il Porto.
Ad attendere lo Special One, comunque vada, una dorata pensione..diversamente da quella che attende il Vostro umile scriba…

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