Un campione dimenticato: Jorge “El magico” Gonzalez

Pubblicato il autore: Giovanni Anania Segui

Diego Armando Maradona – Foto Getty Images© scelta da SuperNews

Non sarei più me stesso se giocassi a calcio per lavoro. Amo il calcio e lo vedo come lo vedano i bambini: solo e soltanto passione“: ecco chi era JorgeEl magicoGonzalez, per Diego Armardo Maradona il più grande calciatore di tutti i tempi.
Anche no, direbbe chi di football, forse, s’intende…
Ma chi, invece, ha appreso la lezione di José Mourinho (“Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”) la pensa esattamente come Diego.
Fu grazie alle magie di Jorge Gonzalez che la Nazionale di El Salvador si qualifica, per la seconda (ed ultima) volta nella sua storia per il Mundial di Spagna ’82, quelli poi vinti dall’Italia di Paolo Rossi e Bearzot.
Qui Jorge incanta il pubblico di tutto il mondo, che si innamora di quell’anarchico funambolo, tutto scatti, rabone, tunnel e dribbling.
Dopo l’esibizione spagnola “El magico” avrebbe potuto giocare dovunque e in una qualunque squadra europea, in particolare al Paris Saint Germain dove avrebbe potuto mettere letteralmente a frutto il suo strepitoso talento.
Se solo lo avesse voluto, ma non andò così.
Jorge preferì rinunciare ad un ricco ingaggio e si accasò al Cadice, una modesta squadra che militava della segunda división spagnola, al riparo dallo stress del calcio iper professionistico.
Ma la vita offre a tutti una seconda possibilità.
Ecco che allora il grande Barcellona del “Flaco” Menotti, dove già giocava Maradona, gli mise di nuovo gli occhi addosso.
Capitò alla fine stagione 1983-1984 quando Jorge si unì ai Blaugrana, impegnati in una tournèe negli Stati Uniti.
Dirà tempo dopo Maradona, che ebbe così modo di giocargli accanto: Mágico era mejor que yo. Yo vengo del planeta Tierra, él viene de otra galaxia”.
Purtroppo, o per sua fortuna (chi può dirlo?), una notte, nell’hotel che ospitava la squadra catalana scattò, all’improvviso, un allarme anti-incendio che provocò panico e un fuggi fuggi generale.
Tutti i giocatori del Barcellona si ritrovarono nella hall dell’albergo.
Tutti, tranne lui, Jorge “El magico” Gonzalez, che se era restato, beatamente, nella sua camera, in dolce compagnia, e qui finì la sua carriera, almeno ad alti livelli.
Praticamente, ancora prima di cominciare.
Farà ritorno nella sua Cadice, dove tra alti e bassi, concluderà, tranne una breve parentesi al Real Valladolid, la sua avventura europea prima di tornare in El Salvador.
A Cadice non aveva vincoli, né orari, né impegni, in campo e fuori, da rispettare ed era libero di correre felice e senza pensieri su un campo di calcio, andando dietro ad un pallone.
I tifosi del Cadice lo amavano, anche per questo.
Finita la carriera, per vivere farà anche il tassista.
Del denaro non  gli è mai importato nulla e, solo per questo, se Jorge avesse calcato le scene del calcio mondiale solo vent’anni prima sarebbe diventato un simbolo della Beat Generation, come e forse anche di più di George Best, il quinto beatle.
Invece, Jorge ha giocato a football ai tempi dell’edonismo reaganiano, e pertanto di lui non si ricorda più quasi nessuno e anche per chi non lo ha dimenticato la sua avventura umana e sportiva non significa poi granché.
Uno strano destino quello di Jorge che lo unisce ad un altro grande personaggio storico di quegli anni, Thomas Sankara. il primo presidente del neonato Stato del Burkina Faso, spesso accostato, anche per comune tragico destino al “Che Guevara”, ma assai meno “iconico” rispetto al grande guerrigliero argentino.
Il rifiuto di Sankara di pagare il debito estero di epoca coloniale gli costò la vita: fu assassinato, all’età di 38 anni, durante un colpo di Stato, il 15 ottobre 1987.
Troppo tardi per entrare nell’iconografia dei formidabili anni ’60. ma forse ancora in tempo per essere riscoperto, magari proprio insieme a Jorge “El magico” Gonzalez, dalle nuove generazioni. vissute già troppo a lungo in un mondo dove. per dirla  alla Gorgon Gekko  “È tutta una questione di soldi, il resto è conversazione”.

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