Storie di Calcio: Micheal Laudrup

Pubblicato il autore: Gianmarco Mannara Segui


Figlio d’arte di uno dei senatori della nazionale danese di calcio, al quale Micheal assiste a tutte le partite da quando ne ha memoria, per poi riprodurre le stesse movenze il giorno dopo nel cortile di casa; riempiendo di pallonate il muro.
Un giorno il padre di Micheal lo vede in una delle sue infinite sessioni davanti al muro, ormai con delle crepe per quanti palloni ha preso. Ma questa non è la storia di un muro che da sul cortile di casa: è la storia di Micheal, Micheal Laudrup. Uno di quei giorni a calciare davnti al muro il papà lo vede e dice: “Ha talento”. E decide di mandarlo alla sua ex squadra, il Brondy; dove Micheal esordirà alla età di diciassette anni in prima squadra.
Segnando due reti. Il padre aveva ragione, il ragazzo ha un talento cristallino, forse solo un pò discontinuo ma è giovane, migliorerà.
Lo cercano il Liverpool e il Barcellona. Micheal scalpita all’idea di giocare per una di queste due squadre e magari di alzare la coppa dalle grandi orecchie con una delle due. Ma il patriarca di famiglia non è d’accordo, ha paura che Micheal non sia ancora pronto per la Spagna o l’Inghilterra che hanno campionati molto tosti. In soccorso a Laudrup Senior arrivano John Hansen e Mario Astori, osservatori della Juventus che subito dopo aver visto un allenamento del ragazzo cercano il telefono più vicino e chiamano l’allora presidente Boniperti. La telefonata dura qualche minuto, poi i due dicono a Micheal e a suo padre: “Lo prendiamo”.
Micheal fa le valige e prende un aereo, solo che è la Juventus di Platini e Boniek, perciò il nostre principe viene mandato in prestito a Roma, sponda biancoazzurra.
Le sue doti tecniche non le mette in dubbio nessuno, ha una capacità di addomesticare il pallone e di calciarlo che sembra uscito da Rosario. Solo che in quella stagione la Lazio lotta per non retrocedere e perciò si gioca di catenaccio, dove Micheal è costretto a colpire di spada piuttosto che di fioretto.
Il nostro protagonista passa due anni nella capitale, dove incomincia ad avere un brutto rapporto con gli allenatori che lo costringo a rientranze in difesa che non fanno parte del repertorio del danese. In più molto spesso viene schierato solo per accontentare stampa e tifosi.
Laudrup Senior manda un ultimatum a Boniperti: “O me lo riporti a Torino o ce ne torniamo in Danimarca”. Funziona.
Verrà chiamato “Il principe di Danimarca” dai tifosi bianconeri per la sua immensa classe e per i suoi goal da cineteca. Trapattoni non lo costringe più a rientrare in difesa e quando è in giornata non esiste giocatore che possa marcarlo. Anche se i suoi goal arrivano sempre a risultato già acquisito (O quasi).
Vince campionati, una coppe intercontinentale con la Juventus. Solo che quando Trapattoni se ne va il nuovo tecnico predilige la fase difensiva e costringe Micheal a fare coperture che non gli competono. Torino gli piaceva ma sceglie comunque di andarsene, a Barcellona.
Anche lì vince, solo che ha dei dissapori con un certo Cruijff. Preferisce andarsene e va a vincere anche un campionato in Giappone. La sua ultima avventura la farà con l’Ajax dove vincerà anche lì il campionato olandese.
Viene ricordato come uno dei migliori giocatori del mondo… “In allenamento” continuerebbe Platini. Perchè in effetti Micheal viene considerato come un grande incompiuto, forse vittima del fato che non gli fece incontrare i compagni ma sopratutto gli allenatori giusti. Ma la sua bacheca e piena, e forse, è l’unica cosa che conta.

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