Atalanta Day: Gasperini si racconta a ‘Mister Condò’

Pubblicato il autore: Filippo Davide Di Santo Segui

Tramite Sky Sport, nello speciale “Atalanta Day” dedicato alle imprese della Dea, Gian Piero Gasperini si racconta attraverso il programma ‘Mister Condò’.

Mio padre era juventino, e quindi c’è stata la possibilità di giocare nella juve: entrai nel settore giovanile bianconero. La mia “palestra” erano i campetti di periferia. A Grugliasco prendevo un filobus che poi mi portava allo stadio: non era casuale vedere dei ragazzini andare fin da soli in determinati punti della città di Torino. All’età di 17 anni, il settore giovanile bianconero era strutturato come un collegio: stavi lì tutta la settimana, ma andavi anche a studiare. Essere in quel contesto consolidava il nostro rapporto di gruppo. Negli anni 60 ricordo tutte le manifestazioni e cortei, anche nelle scuole, sempre contestazioni e situazioni abbastanza pericolose. Però tutto questo era una situazione doge vivevi la città. Rispetto ad ora una volta erano presenti degli ideali molto forti. Delusione per non essere rimasto nella Juve? È una cosa che impari strada facendo, come nella vita, rimani deluso, poi te ne fai una ragione. Gli anni di Pescara sono stati indimenticabili per me: Galeone profeta di quegli anni che ci portò in Serie A. Dopo la carriera da calciatore, tornai a Grugliasco, mi ritrovai davanti ad un bivio e scelsi il calcio: tornai alla Juventus e feci la trafila nel settore giovanile bianconero, per poi cominciare a Crotone. Nel 2006 fu un campionato straordinario a Genova, anche perché erano presenti squadre abbastanza importanti. Preziosi? Lui è un competente di calcio, riuscì a portare al Genoa calciatori importanti, mi dispiace molto che la piazza non accetti più la sua presenza. Milito e Motta furono due grandi colpi per il 2009. All’Inter fui accolto anche bene, era una grande occasione: non so cosa si aspettassero da me. Portai un nuovo modo di fare calcio, ma loro cercarono di mantenere il filo (anche lavorativo) degli ultimi anni. Quando arrivi in certi ambienti devi essere forte: io credo più al calcio allenato che a quello gestito. Zamparini? Dopo l’Inter andai a Palermo perché volevo “sfidare” uno dei presidenti più difficili della Serie A. Eravamo partiti bene, ma era un periodo difficile: anche perché persi i miei genitori. Ritornai a Genova ed ero soddisfatto del sesto posto, nonostante la mancanza della licenza UEFA, facendo una rimonta pazzesca: peccato non poterla giocare. Io vedevo l’Atalanta come una squadra dove bisognava creare qualcosa di ambizioso: una piazza veramente passionale con la squadra. In rosa erano presenti molti Under 21 e promesse del vivaio: i giovani erano un contorno alla squadra. Mi ritrovai con una rosa lunga, dovevamo salvarci, diedi spazio a gente più esperta poi mettei dentro i giovani, suscitando una “nottata in bianco” da parte del presidente Percassi: lui mi ha sempre dato fiducia e da lì cominciò la cavalcata. A Zingonia ci sono tutte le condizioni per lavorare bene”.

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