Mio caro Torino

Pubblicato il autore: massimiliano granato Segui

Mio caro Torino,
Oggi sono 71 anni da quando sei salito al Cielo per giocare il campionato del Paradiso. Indro Montanelli ebbe a dire che “il Torino non è morto ma soltanto in trasferta” e forse aveva ragione. Chi ti scrive è un modesto giornalista con solamente diciott’anni sulle spalle di articoli, che imparò ad amarti quando era alle scuole medie nei racconti di mio nonno, nato a Pola e coetaneo di tanti giocatori che perirono in quel grigio pomeriggio del 4 maggio del 1949. Nonno era juventino ma di quelli di classe, alla Gianni Agnelli per intenderci e chissà se apprezzerebbe questo confronto, lui che vide una grande epoca sia dei colori bianconeri che appunto, dei colori granata. E nominava spesso sia Valentino Mazzola che Valerio Bacigalupo. E quel nome, in un episodio fanciullesco ma irresistibile, entro in casa Cattonaro (questo era il cognome di nonno, ndr) in un pomeriggio forse spensierato. Suo fratello Mario, nell’aprire una busta (ma all’epoca le figurine ancora non c’erano) gli gridò, saltellando per la casa ” io ho Bacigalupo e tu no”, amorevolmente assecondato dalla madre che invitò il maggiore a lasciarlo gioire.
Ecco, questo era il Toro che vissi. Poi il destino, nel 1998, mi diede come insegnante di storia e filosofia, una parente di Romeo Menti, a chiudere forse un cerchio magico. I colori del mio tifo principale non sono granata, ma il cognome tradisce questo legame, anche se quella “o” malandrina fa pensare alla pietra omonima, solida come era solida quella grande squadra, celebrata in molti libri ed un bellissimo museo, in quel di Grugliasco, in provincia di Torino.
So cosa state pensando: la celebrazione sarà diversa, visto quello che ha colpito il nostro Paese qualche mese fa. Conoscendovi anche solo quel poco, so che non ci farete caso, perché le celebrazioni non si fanno davanti ad una lapide, ma si fanno nel cuore. Non occorre un luogo fisico, ma un luogo mentale. Voi avreste detto subito che “la salute è più importante” e sicuramente avreste dato un freno a tutte le polemiche invocando di non giocare. Anzi, avreste dato una mano alla popolazione intimandole di restare a casa e seguire le norme sanitarie, ne sono certo.
Sono anche certo che questa mia vi avrebbe messo in grande imbarazzo: grandi senza sapere di esserlo fino in fondo, questo era il Grande Torino, che diede una speranza di ripresa non solo alla città piemontese, ma ad un intero Paese che doveva rialzarsi dopo il secondo conflitto Mondiale.
Qualche tifoso ha osservato come non sia un caso che il 4 maggio sia il giorno della ripresa di molte attività lavorative dopo il virus, ma che sia un segnale di un Paese che oggi come allora, vuole rialzare la testa. La vostra modestia forse non permetterebbe questo paragone e se foste qui scrollereste il capo invitandoci non a glorificarvi ma a continuare a lavorare per far riprendere l’economia.
Sì, mio caro Toro: questo è un anniversario anomalo, ma sentito forse più di quelli precedenti. E forse anche a noi sembrerà di sentire la tromba di Oreste Bolmida, che annunciava la riscossa granata.

 

Con affetto, Massimiliano

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