Settant’anni fa il Maracanazo: il trionfo dell’Uruguay, il dramma del Brasile

Pubblicato il autore: Filippo Pecoraro Segui

Settant’anni fa un’intera Nazione, il Brasile, era sicura di salire sul tetto del mondo sportivo vincendo agevolmente la Coppa Rimet nella partita decisiva del Girone Finale del Campionato del Mondo 1950; settant’anni fa un’altra Nazione, l’Uruguay, probabilmente attendeva quella stessa partita come un semplice incontro di cornice al trionfo dei loro confinanti del Nord, ma con una nemmeno tanto timida convinzione che ogni tanto, se si vuole, se ci si impegna davvero, l’impossibile può accadere. E settant’anni fa l’impossibile accadde: l’Uruguay sconfisse il Brasile 2-1, a Rio de Janeiro, al Maracanã, e si portò via quella Coppa Rimet da quel Paese che sin dall’inizio del Mondiale la sentiva sua di diritto. Settant’anni fa, il 16 Luglio 1950, il Maracanazo.

Eppure, a leggere il rendimento delle due nazionali negli anni Quaranta, sembrava che i Carioca non dovessero far altro che scendere in campo e sbrigare una facile seppur noiosa pratica. In quegli anni, infatti, erano maturati calciatori di altissimo livello, quali Barbosa, Friaça, Zizinho e Ademir, e il Brasile era riuscito a vincere nel 1949 il Campeonato Sudamericano (l’odierna Copa América), quasi sempre con risultati larghi e mostrando un gioco irresistibile. Anche nelle amichevoli giocate nel 1950, a preparazione per il Mondiali ai quali la squadra era qualificata di diritto come Paese organizzatore della competizione, i risultati erano apparsi più che confortanti, sia nelle partite contro le altre Nazionali sudamericane che contro le rappresentanze regionali brasiliane.
Diverso il discorso per l’Uruguay. Dopo la vittoria nel Campeonato Sudamericano nel 1942 esso aveva dovuto vedere l’ascesa inarrestabile dei rivali di sempre, l’Argentina, campioni del Sud America nel 1945, nel 1946 e nel 1947. La qualificazione ai Mondiali di Brasile era arrivata dopo la magra figura rimediata nel Campeonato Sudamericano del 1949, e senza nemmeno giocare una sola partita: difatti del gruppo eliminatorio composto da Uruguay, Paraguay, Ecuador e Perù, queste ultime due si erano ritirate, permettendo alle prime di arrivare automaticamente alla fase finale. Nella prima metà del 1950 l’Uruguay aveva disputato una doppia amichevole contro il Cile (una vittoria per parte); in Brasile già a partire da Maggio aveva poi giocato in tornei minori, collezionando due vittorie e due sconfitte. Magro bottino per una Nazionale che annoverava grandi nomi: Obdulio Varela, il portiere Roque Máspoli, Schubert Gambetta, Juan Alberto Schiaffino (protagonista poi in Italia, fra Milan e Roma, dal 1954 al 1962), Alcides Ghiggia (stella della Roma negli anni Cinquanta) e Víctor Rodríguez Andrade, nipote del centrocampista José Leandro Andrade campione del mondo nel 1930.

Il Campionato Mondiale del 1950 è stato, finora, l’unico a contemplare un girone finale all’italiana per l’assegnazione della Coppa Rimet, composto dalle vincitrici dei quattro gironi eliminatori. Nel Gruppo 1 il Brasile aveva subito annichilito il Messico 4-0 per poi soffrire, inaspettatamente, contro l’ottima Svizzera ed accontentarsi di un 2-2; i Carioca erano poi tornati alla vittoria contro la Jugoslavia con il risultato di 2-0.
Nel Gruppo 2 trionfo della Spagna con le vittorie contro USA (3-1), Cile (2-0) e soprattutto contro la favorita Inghilterra per 1-0; questo fu il girone che vide lo storico successo degli USA contro appunto l’Inghilterra per 1-0, con rete dell’haitiano naturalizzato statunitense Joe Gaetjens, in quella partita che fu ribattezzata non a torto il Miracolo di Belo Horizonte. Un bello smacco per gli Inglesi: essere sconfitti dalla loro ex colonia più indisciplinata, per di più in un torneo da essi fino ad allora sempre snobbato in quanto considerato troppo semplice per la loro Nazionale vista da sempre come la più forte del Mondo.
Nel Gruppo 3 passaggio in finale della Svezia dopo la vittoria per 3-2 contro una stanca Italia orfana per di più dei giocatori del Grande Torino periti nella Sciagura di Superga del 4 Maggio 1949, e il pareggio contro il Paraguay per 2-2. L’India, quarta nazionale del girone, si era ritirata poco prima dell’inizio del Mondiale in quanto abituata a giocare senza scarpini, cosa osteggiata dai regolamenti del torneo.
Infine nel Gruppo 4 colpo di fortuna dell’Uruguay. La Nazionale Celeste si era ritrovata a giocare un’unica partita, quella contro la Bolivia travolta per 8-0, in seguito al ritiro di Turchia e Scozia. Quest’ultima aveva rinunciato alla trasferta brasiliana perché aveva dichiarato che avrebbe partecipato al Mondiale solo se si fosse qualificata come prima al Torneo InterBritannico; essendosi classificata seconda dietro l’Inghilterra, mantenne la promessa.

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Il 9 Luglio 1950 si giocò la prima giornata del Girone Finale. Al Maracanã il Brasile annichilì la Svezia con il risultato di 7-1: quattro le reti realizzate da Ademir, doppietta di Chico e gol di Maneca; in mezzo il rigore dello svedese Sune Andersson quando i brasiliani erano già avanti di 5 reti. A San Paolo deludente pareggio per 2-2 dell’Uruguay contro la Spagna: Ghiggia realizzò per la Celeste, ma una doppietta di Estanislao Basora fece chiudere alla Spagna il primo tempo in vantaggio. Nel secondo tempo il provvidenziale Varela pareggiò i conti.
La seconda giornata, il 13 Luglio 1950, vide a Rio de Janeiro un’altra valanga di gol del Brasile, stavolta sulla malcapitata Spagna: all’autorete iberica di José Parra si unirono i centri di Jair (omonimo del Jair che incantò la sponda interista di Milano per tutti gli anni Sessanta), Chico per due volte, Ademir e Zizinho, mentre la rete spagnola fu realizzata dall’attaccante Silvestre Igoa. L’Uruguay, di nuovo a San Paolo, sconfisse con qualche difficoltà la Svezia per 3-2: al vantaggio svedese realizzato da Karl Erik Palmér rispose l’eterno Ghiggia, ma di nuovo l’Uruguay terminò il primo tempo i svantaggio grande al gol segnato dal centrocampista Stig Sundqvist. Nel secondo tempo nuova riscossa uruguayana con la doppietta dell’attaccante Óscar Míguez.

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Il 16 Luglio 1950, nella terza giornata, l’inutile sfida tra Svezia e Spagna a San Paolo vide la vittoria (3-1) e la conquista del terzo posto da parte degli scandinavi. Ma contemporaneamente a questa partita (poco più di un’amichevole), 430 chilometri più a Nord, all’Estádio Jornalista Mário Filho nel bairro Maracanã di Rio de Janeiro, prese forma quella che il popolo brasiliano, ancora oggi, considera una vera tragedia.

Come detto, il Brasile sentiva la vittoria già sua. Bastava girare per Rio de Janeiro la mattina della sfida contro l’Uruguay per rendersene conto. Tifosi già in festa, cortei di Carnevale estemporanei, vendita di magliette con la scritta Brasil Campeão 1950, orologi d’oro già recapitati ai giocatori brasiliani dalla Confederação Brasileira de Futebol, circolazione di foto del Brasile vittorioso già firmate dai calciatori futuri campioni. Per non parlare dei titoli sensazionalistici dei quotidiani: “O Brasil vencerá“, “A Copa será nossa“, “Estes são os campeões do mundo“.
Il Maracanã era gremito di tifosi, circa 200.000 persone, record ancora imbattuto. A squadre già schierate un generale brasiliano lesse un discorso ai giocatori della nazionale carioca (allora in divisa bianca con bordi blu) considerati già Campioni del Mondo. Da parte loro i calciatori dell’Uruguay aspettavano calmi l’inizio della partita, consci della quasi impossibilità di compiere qualsiasi impresa ma galvanizzati dalla semplice frase che il loro capitano Obdulio Varela aveva pronunciato negli spogliatoi: “¡Los de afuera son de palo!“. Quelli là fuori non esistono.
Il primo tempo si chiuse sullo 0-0. Il cosiddetto Sistema (o modulo WM tanto caro il Grande Torino) adottato dal Brasile non riuscì a penetrare la difesa a quattro schierata dall’Uruguay. All’iniziò del secondo tempo però il Brasile realizzò con un tiro in diagonale di Friaça. L’assordante esultanza dei tifosi, la gioia dei calciatori carioca non turbarono più di troppo i giocatori della Celeste. Una lenta ripresa di gioco e l’Uruguay riprese la sua azione ordinata e ponderata. Al 66° Ghiggia servì un assist dalla sinistra a Schiaffino che mise la palla alle spalle del portiere Barbosa per il pareggio degli Orientali. A questo punto il Brasile, pur favorito ancora dal punteggio, proseguì nella sua azione offensiva, ma perse del tutto lucidità (vecchio difetto brasiliano, le cronache del calcio sono piene di episodi simili); e al 79° proprio su un contropiede uruguayano Ghiggia si avvicinò all’area carioca sulla destra e realizzò la rete della vittoria della Celeste sfruttando un avanzamento di Barbosa che evidentemente si aspettava un cross al centro. A questo punto l’Uruguay si chiuse ovviamente a riccio nella propria difesa, difendendo il vantaggio per i rimanenti 11 minuti di gioco e gettando il Brasile nella disperazione.

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Si scrive Maracanazo ma non si legge solo tragedia sportiva. Si è trattata di una vera e propria tragedia umana. Al fischio finale dell’arbitro inglese George Reader di assordante rimase solo il silenzio profondo e assoluto dello stadio, che i pochissimi tifosi uruguayani presenti (circa 200, l’uno per mille degli spettatori) non potevano né forse volevano disturbare. Gli stessi calciatori della Celeste, neocampioni del mondo, si resero conto della costernazione dei brasiliani, e uscirono dal campo. Varela trovò sulla strada degli spogliatoi Jules Rimet, presidente della FIFA, con in mano la coppa che portava il suo nome, visibilmente disorientato, in quanto tutta la cerimonia di premiazione che avrebbe dovuto aver luogo (in favore del Brasile) era naturalmente saltata; il vecchio dirigente francese ebbe solo la forza di consegnare furtivamente il trofeo a Varela e di allontanarsi senza dire una parola.
Furono proclamati tre giorni di lutto nazionale. Si contarono alla fine 90 decessi: 56 per infarti e arresti cardiaci, e 34 per suicidio. Il grande musicista Ary Barroso, che era anche un radiocronista e aveva commentato la finale, decise di abbandonare la carriera di giornalista sportivo. Il CT brasiliano Flavio Costa ricevette minacce di morte e fu costretto a riparare in Portogallo per 5 anni. Il difensore Danilo, colto da crisi depressiva, tentò il suicidio.
Barbosa, il portiere di colore del Brasile, paradossalmente eletto il più bravo del Mondiale, dovette subite una condanna civile pesantissima. In lui fu individuato il maggiore responsabile della sconfitta della sua Nazionale e per tutto il resto della vita, che finì in povertà il 7 Aprile 2000, fu considerato un portatore di sfortuna. Dal giorno del Maracanazo nessun altro portiere di colore, per mera questione di scaramanzia e non di razzismo, riuscì a conquistarsi un posto da titolare nella nazionale basiliana, almeno fino al 7 Luglio 1995, giorno di esordio di Dida in Copa América contro l’Ecuador.

La Storia in generale spesso si diverte con le date e gli anniversari. Alcides Ghiggia fu protagonista del Maracanazo il 16 Luglio 1950; ed è curioso come egli, a cui fu concesso nel 2009 di lasciare l’orma dei suoi piedi nella Calçada da Fama del Maracanã, ultimo dei calciatori delle due nazionali a rimanere in vita, chiuse la sua esistenza proprio un 16 Luglio, nel 2015, all’età di 88 anni. Da qualche parte, forse, si sta giocando una rivincita.

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