David Di Michele ai microfoni di SuperNews: “Scoppiai in lacrime sotto la curva del Lecce. Bayern Monaco la favorita per la Champions”

Pubblicato il autore: Francesca.Capone. Segui


SuperNews ha avuto il piacere di realizzare un’intervista con David Di Michele, allenatore ed ex calciatore di squadre come Salernitana, Torino, Lecce, Udinese, West Ham e Reggina. Dall’esperienza in Serie C con la Lodigiani alla storica qualificazione per la Uefa Champions League conquistata nel 2005 con l’Udinese, Di Michele si è raccontato ripercorrendo la sua carriera calcistica, densa di ricordi, come quelli che lo legano a Lecce, città che non l’ha mai dimenticato. L’ex attaccante ci ha inoltre parlato del modo di concepire il calcio in Premier League e del “David allenatore”. Infine, Di Michele si è espresso sulle squadre che competono per la vittoria della Champions League.

Nel 1996 vieni ingaggiato dal Foggia. Come sei arrivato in questa società?
Ho giocato tre anni in Serie C con la Lodigiani, poi il Foggia, tramite il suo direttore sportivo Pavone, che andava sempre alla ricerca di giovani promesse, mi ha notato. Il diesse si è messo in contatto con la Lodigiani e si è impegnato a farmi fare questo salto in Serie B, per darmi la possibilità di avere un futuro importante.

Con la Salernitana hai avuto la possibilità di giocare per la prima volta in Serie A. Che ricordo hai del tuo debutto?
Il debutto è sempre indimenticabile. Esordire in Serie A con la Salernitana all’Olimpico, contro la Roma, la mia squadra del cuore, è stato incredibile. In tribuna c’erano anche 20.000 salernitani, si era creata una cornice giallorossa e granata davvero suggestiva. Ho tanti ricordi dell’esperienza alla Salernitana, una società che ritornava in Serie A dopo cinquant’anni e sostenuta da tifosi meravigliosi. Sono stati tre anni bellissimi, che mi hanno consacrato nel grande calcio.

Nella stagione 2004-2005 sei stato un giocatore dell’Udinese, squadra con cui hai disputato la tua stagione più prolifica in Serie A, realizzando ben 15 gol in 37 partite, e con cui sei riuscito a conquistare la storica qualificazione per la Champions League. Che squadra era l’Udinese di quell’annata?
Eravamo una squadra inizialmente inconsapevole del proprio potenziale, guidata dal grande Luciano Spalletti, che ci ha dato grande stima, motivazione e preparazione. Molti giocatori volevano riscattarsi da annate precedenti sottotono, quindi c’era la voglia di far bene. E’ stata un’annata indimenticabile: la prima qualificazione in Champions della storia dell’Udinese, i miei 15 gol realizzati in Serie A, i 6 messi a segno in Coppa Italia e la convocazione in Nazionale. Non avrei potuto chiedere di più.

La tua parentesi in Premier League con il West Ham in che modo ti ha arricchito? La Premier è davvero così diversa dal nostro campionato?
Sì, è un campionato totalmente diverso dal nostro, per dinamiche e per modo di concepire il calcio. Per i tifosi inglesi andare allo stadio è come andare a teatro: vogliono assistere ad uno spettacolo. Per questo motivo, considerano una mancanza di rispetto il fatto che i giocatori perdano tempo, che simulino infortuni gravi e qualche secondo dopo si rialzino come se nulla fosse successo. La tifoseria inglese non tollera che la squadra abbia come unico obiettivo portare a casa il risultato, senza giocar bene. L’esperienza in Premier League mi ha arricchito tanto, e potrebbe insegnarci ad essere più tranquilli, ad essere meno polemici, ad evitare tutte quelle situazioni spiacevoli che possono intaccare il lavoro degli staff tecnici. Se la squadra del cuore di una tifoseria inglese retrocede giocando al massimo della propria possibilità, viene applaudita e sostenuta, perché ha comunque dato il proprio meglio in campo.

I tifosi del Lecce ti adorano. Qual è il ricordo più significativo della tua esperienza giallorossa? E cosa ne pensi del Lecce di Liverani?
Il ricordo più bello è stata la situazione creatasi dopo la retrocessione in Serie B nel 2012. Al fischio finale, i nostri tifosi ci hanno accolto e osannato sotto la curva come se avessimo vinto il campionato. E’ stata un’emozione così forte e inaspettata da farmi scoppiare a piangere. Un ricordo unico, che mi porto dentro insieme a tanti altri. Questo affetto da parte dei tifosi giallorossi è ricambiato al 100%. Per quanto riguarda il Lecce di Liverani, credo abbia giocato un grande calcio. Ha dimostrato che si può disputare un buon campionato anche senza avere in squadra giocatori di esperienza, dal momento che molti dei calciatori giallorossi esordivano quest’anno per la prima volta in Serie A. Lo stesso Mancosu ha avuto un ottimo rendimento: 15 gol nella massima serie. Credo che Liverani e la società abbiano fatto un grandissimo lavoro, i giallorossi hanno imposto il loro gioco e la loro mentalità in tutte le gare. Nessuno poteva immaginare che per guadagnarsi la salvezza si sarebbe dovuti arrivare all’ultima giornata di campionato, affrontando il Genoa. Quindi, chapeau al Lecce e alla sua stagione.

Con il Torino giochi nel 2007-2008 e nel 2009-2010. Cosa ti porti dietro dell’esperienza granata?
Aver indossato la maglia del Toro per me è stato un onore. I granata hanno una grande storia, Torino per me è stata una piazza importantissima. Sono dispiaciuto per non aver avuto un rendimento migliore di quello che ho avuto, avrei potuto fare molto di più. Ho dei bellissimi ricordi, al di là di alcune incomprensioni. Le situazioni spiacevoli possono accadere, l’importante è metabolizzarle, superarle e trarne il giusto insegnamento. Non porto rancore, sono legato a tutte le squadre in cui ho giocato.

Perché hai deciso di ritornare alla Reggina?
In realtà dovevo ritornare a Lecce, che quell’anno cambiò società. Mi lasciarono un po’ “fermo alla stazione”, il mio treno non passava mai. Nell’attesa, si presentò la Reggina di Foti, dirigente con cui avevo un grande rapporto. La squadra di Reggio, in quel periodo, non rendeva come negli anni precedenti, si trovava in una situazione particolare. Tuttavia, il legame con la città e la società ha prevalso su tutto il resto. Così, decisi di ritornare in una città che già conoscevo e di rimettermi in gioco.

Che tipo è il David Di Michele allenatore?
E’ un tipo esigente, perché convinto che ci siano grandi giovani talenti nel calcio italiano. Purtroppo, spesso i ragazzi di oggi perdono di vista con facilità l’obiettivo, si lasciano distrarre da tante situazioni. Bisogna far capire loro che ci sono delle regole da seguire, che qualsiasi azione sbagliata commessa si ripercuote loro contro. Spesso tento di mediare tra la mia e loro generazione, epoche totalmente differenti e con peculiarità da rispettare. Devo riconoscere, comunque, che in questi due anni ho avuto grandi soddisfazioni dai miei ragazzi.

Che finale di stagione sarà quello della Champions League? La Juve è “strafavorita”, come ha dichiarato Rudi Garcia?
Non so se la Juventus sia “strafavorita”. Sicuramente, i bianconeri hanno più minuti nelle gambe, e questo potrebbe avvantaggiare come sfavorire. Certamente è una delle squadre che può ambire a vincere la Champions League. Credo che la favorita della competizione sia il Bayern Monaco, una squadra quadrata, che sbaglia poco e che in Bundesliga ha rimontato i quindici punti di svantaggio sul Borussia Dortmund.

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