Claudio Pellegrini a Var Sport: “Che emozione giocare al Filadelfia. Sullo scudetto perso a Napoli…”

Pubblicato il autore: Danilo De Falco Segui


Claudio Pellegrini, ex attaccante di Torino, Udinese, Napoli, Avellino, Fiorentina e Palermo tra le tante, tra gli anni ’70 e ’80 ha collezionato quasi 20o presenze in Serie A, mettendo a segno 38 reti. Attaccante di quel Napoli che nella stagione 1980/1981 sfiorò uno storico scudetto, Claudio Pellegrini è stato ospite del programma radiofonico “Var Sport” in onda su Rtv Star Channel.
L’intervista è stata ricca di aneddoti e di belle storie sul calcio degli anni ’80. Ecco le sue parole.

Intervista Claudio Pellegrini: “Sono un gran sostenitore del VAR, ma…”

Partiamo dall’attualità: cosa ne pensi della stagione attuale, falcidiata da questa pandemia? C’è un giocatore di Serie A in cui ti rivedi?

“Questa stagione appena iniziata chiaramente ricalca un po’ l’ultimo periodo di quella passata quando si riprese a giocare dopo il lockdown. È una stagione anomala che, sia i protagonisti sia i tifosi, vivono in modo totalmente diverso. La mia paura è che ci stiamo abituando a vedere gli stadi vuoti, a guardare le partite solo in televisione. Questo mi lascia un po’ perplesso, spero che questa situazione sia stoppata in futuro e che i giovani tornino allo stadio ad assistere la propria squadra del cuore.
Non mi rispecchio in nessun calciatore di oggi: i tempi sono cambiati, anche i calciatori stessi sono cambiati. Vedo che oggi ogni giocatore ha il suo ruolo da compiere, come se la squadra di calcio fosse una scacchiera. Ai tempi nostri c’era più imprevedibilità mentale, sì avevamo i nostri ruoli ma potevamo spaziare maggiormente. Mi ricordo che, nonostante io fossi un attaccante, quando giocavamo a Torino contro la Juventus, io facevo il terzino e mi trovavo a marcare Claudio Gentile che faceva l’attaccante. A Torino, con un grande maestro come Ercole Rabitti, mi faceva giocare addirittura mediano. Oggi questo mi sembra che tutto sia troppo inscatolato, ognuno deve fare il suo compito e basta. 

Quanto può influire in questa stagione anomala, il fatto che le squadre non abbiano effettuato la preparazione atletica? E come questa è cambiata rispetto ai giorni vostri?

“È vero, hanno saltato il ritiro ma a marzo e aprile sono state ferme due mesi, quindi è stato un continuo giocare. Credo che il miglior allenamento per un giocatore è la partita stessa. Ovviamente, non è come prima che si giocava solo il campionato e le partite di Coppa Uefa e Coppa dei Campioni una volta ogni tano e c’era più tempo per recuperare. Visti i tanti impegni settimanali di alcune squadre, bisogna che ogni giocatore e squadra debba avere la giusta preparazione. Ma adesso non è come ai tempi nostri che avevamo solo l’allenatore in prima in seconda, l’allenatore in seconda, il preparatore atletico e il preparatore dei portieri. Oggi ci sono tanti professionisti, ogni allenatore ha il suo staff che gestisce ogni piccolo particolare della squadra. Adesso i giocatori sono curati da uno staff sanitario e non più solo dal preparatore atletico. Questa sorta d’equipe dovrebbe garantire la massima efficienza di un giocatore, molto spesso succede e altre volte no. Ma oggi le rose sono talmente ampie da tenere in forma tutti i giocatori e evitare infortuni”.

Lei lavora con i bambini come istruttore in una scuola calcio: quanto è importante allenare la testa dei ragazzini e quanto la tecnica?

“Io reputo il bambino un contenitore, dove noi istruttori dobbiamo portare più notizie possibili, da cui lui poi imparerà a sviluppare il gioco del calcio. La mia priorità è quella di insegnare il gesto tecnico, la prima cosa che bisogna imparare è giocare con il pallone. Poi, chiaramente, nella crescita del bambino bisogna dargli dei valori. La prima cosa che viene sviluppata è la competizione tra due bambini: bisogna fargli capire che perdere il pallone e/o la partita non deve essere vissuto come un dramma, ma ci può stare perdere. Quindi bisogna far capire che la sconfitta spesso è dovuta a propri errori e quindi deve essere un’esperienza di crescita, di evoluzione, di miglioramento. Questa è la filosofia della mia società che ho fondato nove anni fa, chi sta con me sa come la penso. Alcune volte, affronto squadre di ragazzini che vedono la vittoria come unico scopo o gente che insegna ai pulcini di 6/7 anni come disporsi tatticamente in campo. Questa è, secondo me, una delle cose più deleterie che si possano fare a un bambino: ogni bambino deve essere libero di poter giocare come vuole. Il resto verrà nelle categorie superiori, quando si farà più grande”.

Lei ha iniziato le giovanili con il Torino: cosa ha provato a giocare al Filadelfia?

“Ho nel cuore il Filadelfia, oggi purtroppo non esiste più: quando ho saputo che lo hanno buttato giù per costruire il nuovo centro sportivo, ci sono rimasto molto male. Quando entravamo nello stadio c’erano tanti ricordi di quella squadra degli invincibili. Sopra agli spogliatoi, c’era la sede del settore giovanile dove c’erano tutte le stanze dove erano collezionate le vecchie divise del Grande Toro, era un’emozione molto forte. Tutto questo lo porto dentro, perché i nostri dirigenti non andavano mai sopra le righe, ci hanno sempre insegnato il rispetto degli avversari e degli arbitri: la scuola calcio del Torino era la numero uno in quegli anni. Solo chi ha vissuto il Filadelfia sa le emozioni che quel luogo ti trasmette”.

Secondo lei, il calcio è cambiato in positivo o in negativo? Anche parlando di regolamento, cosa ne pensa dell’introduzione del VAR?

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“Io sono sempre stato un grosso sostenitore del VAR. Io partivo sempre da un concetto che era rivolto più al pubblico che al regolamento. Quando giocavamo noi e non c’era la tecnologia in campo, la gente usciva dallo stadio molto arrabbiata quando credeva di aver subito un torto arbitrale. Io ho sempre creduto che il VAR potesse calmare gli animi perché nel momento in cui ti faccio vedere l’episodio, il tifoso capisce e sta più tranquillo. Quello che manca è far vedere le immagini sul maxischermo però oggi purtroppo il pubblico non c’è negli stadi. Il VAR non ha risolto tutti i problemi, lascia sempre delle discussioni, perché è molto difficile giudicare alcune situazioni. Il VAR a volte aiuta l’arbitro ma altre volte lo aiuta meno. Ad esempio, senza far polemica, in quel famoso Inter-Juventus, Pjanic meritava la doppia ammonizione ma, nonostante l’azione fu vista e rivista, non fu espulso. Ecco, in molti casi la VAR deve essere usata con parsimonia. Alla base deve esserci il rispetto del regolamento e il VAR deve aiutare l’arbitro. Sul fuorigioco andrebbe rivista la regola: che vantaggio può trarre l’attaccante se ha cinque centimetri di piede più avanti di quello del difensore?”.

Oggi la figura del procuratore privilegia le scelte della società ma una volta era diverso: ci può raccontare come andò il suo provino con il Torino? È vero che pochi minuti dopo il suo sogno già si stava per infrangere?

“Innanzitutto, ai miei tempi non c’erano i procuratori, mentre oggi condizionano il mercato delle società, avendo i giocatori in mano possono decidere dove collocare il proprio assistito. Il Torino mi seguiva da un anno insieme ad alcuni miei compagni di squadra e verso maggio, giugno ci convocarono per afre una partita contro i loro Allievi Nazionali, una squadra molto forte e ben costruita, al vecchio Filadelfia. Ci presentammo lì e noi eravamo una formazione di tutti ragazzini in prova da più parti d’Italia contro loro che invece erano una squadra ben amalgamata e dopo 10 minuti eravamo già 2-0 per loro. Però mi scattò qualcosa in quel momento e mi chiesi “ma sono venuto qui da Roma per far divertire questi?”. Da lì ho iniziato a giocare senza pensare più a niente e presi tante iniziative e così feci due gol e pareggiammo 2-2. A fine partita i dirigenti mi fermarono e mi dissero “l’anno prossimo giocherai con noi” e così fu. In quel momento come se qualcuno dal cielo mi toccò la testa e mi disse “datti una mossa che se no che sei venuto a fare qua”. Questo è stato l’inizio della mia avventura a Torino. E questo è quello che dico sempre ai miei ragazzi, di dare sempre il massimo e, nonostante siamo una piccolissima realtà, abbiamo fatto un ottimo lavoro e quest’anno il Matelica, squadra di Serie C, ha preso tre ragazzi della nostra società e li ha portati a fare i campionati nazionali. Anche perché il dirigente non vuole vedere lo scolaretto ma vuole vedere il ragazzo che ha le iniziative giuste in campo”.

Si ricorda la prima emozione di quando è entrato a San Siro e si trovava a sfidare l’Inter di Altobelli e Beccalossi?

“La prima emozione è stato entrare proprio a San Siro: ogni calciatore sogna di poter giocare un giorno lì. La seconda è stata proprio quella di sfidare l’Inter, una squadra che è sempre stata molto forte a livello europeo. Potersi confrontare con questi giocatori chiaramente ti crea questa emozione. Ovviamente, duravo un attimo perché poi pensavo a giocare: se ero in Serie A a giocare contro di loro vuol dire che qualcosa di buono lo avevo fatto. Questa è la mentalità che si crea, non dovevo pensare contro chi si giocava ma dare il meglio di me”.

Lei ha giocato nel Torino negli anni in cui alla presidenza della squadra c’era Orfeo Pianelli, il più grande presidente della storia del Torino: ha qualche aneddoto da raccontare riguardo Pianelli? 

“Io con il presidente Pianelli ci siamo incontrati poche volte. La sede del settore giovanile era il Filadelfia stesso, mentre la sede della prima squadra era al centro di Torino quindi lui si muoveva in quel contesto. Alcune volte noi Primavera venivamo convocati e andavamo a mangiare con la prima squadra e si vedeva che era un presidente molto simpatico, alla mano, non ti faceva pensare questo distacco sociale che c’era, era di una gentilezza unica, non ha mai messo in difficoltà nessuno. Per me è stato un ottimo presidente per i risultati che ha ottenuto, per una squadra che ha costruito, è stato un modello che molte società hanno seguito”.

A quale giocatore si è ispirato agli inizi della sua carriera?

“Non c’è stato uno in particolare. Io non sono nato attaccante, sono nato centrocampista e poi mi sono spostato in avanti. Addirittura, una volta quando andammo a giocare a Verona con il Napoli, mister Marchesi mi chiese se potevo marcare Fanna, cioè giocare terzino di fascia e io dissi “sì, mister non c’è problema, quando vuole sono pronto”. Mi adattavo per mentalità perché comunque il ruolo dell’attaccante per me è stato riduttivo perché mi sentivo di fare altro e ogni tanto mi riusciva anche fare gol quindi come dare torto al mister”.

Ascoltando le sue risposte si evince che lei vede il calcio moderno molto diverso da quello dei suoi tempi. Può Massimiliano Allegri, colui che ha fatto giocare Mandzukic da esterno di centrocampo a tutta fascia, essere un allenatore moderno che vede il calcio in modo diverso, più simile al passato?

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“Io mi rivedo nel calcio di Allegri. Non credo che Allegri sia uno stupido, anche perché ha vinto molto, quindi se ha chiesto a Mandzukic di fare quel lavoro è perché sa che lui poteva farlo meglio rispetto a qualcun altro della rosa. L’allenatore intelligente è colui che sfrutta al meglio le caratteristiche dei propri giocatori. Deve avere un’ideologia di base, ma deve saper poter cambiare un modulo e le posizioni dei giocatori anche nel corso della partita se sta andando in un certo modo. Qualche errore però Allegri lo ha fatto: nella partita contro il Bayern tolse Morata e giocò senza attaccante per più di 30 minuti e alla fine perse. Quel giorno doveva lasciarlo in campo fino alla fine perché teneva alto il gioco della squadra”.

Lei ha giocato in diverse squadre ma quale piazza ti ha segnato di più?

“Particolarmente, sono legato al Napoli, all’Udinese e al Palermo. Perché a Palermo ci salvammo all’ultima giornata quando vincemmo 2-1 contro il Monza. Lì c’era un grande rispetto del pubblico nei confronti della squadra: non ci fu nessuna contestazione nei confronti della squadra. Se perdevamo la domenica si arrabbiavano ma tutto finiva lì, dal lunedì a sabato lavoravamo in grande tranquillità con 3mila/4mila persone a vedere l’allenamento. Nonostante abbia giocato solo un anno, Palermo mi ha lasciato un ricordo bellissimo e in più è una città bellissima, una città europea con una mentalità apertissima.
Udine invece la considero la mia seconda città: sono tornato qualche anno fa dopo quarant’anni e sembrava come se fosse passato un solo giorno, mi sento a casa a Udine.
A Napoli sono stato sei anni, è nata mia figlia ed è una città stupenda. Anche Torino ricordo con piacere perché mi ha dato la possibilità di intraprendere questa carriera”.

Nel corso della sua carriera, ha mai avuto la sensazione che il calcio stesse cambiando?

“Le diversità le cominciai a notare quando stavo smettendo di giocare. Nel corso delle ultime stagioni, si poteva notare che qualcosa che stava cambiando. Dal Napoli andai a Firenze, c’era Tito Corsi come direttore sportivo, trovammo l’accordo economico, ma io non ero pronto a contratti biennali e triennali e volevo firmare per un solo anno perché secondo me era più stimolante doverti meritare la riconferma anno per anno. Alla fine firmai per due anni ma uscito dalla sede mi chiesi “ma perché non gli hai chiesto tutti e tre gli anni?”. Non si era ancora pronti per questa evoluzione, questo era il sintomo che le cose stavano cambiando”.

Lei ha giocato nel Napoli, e ha avuto contatti con la tifoseria napoletana, una delle più calorose in Italia e in Europa.

“La filosofia del napoletano, che inizialmente io contestavo ma poi ho imparato a capire, era questa grossa diversità tra l’entusiasmo e la depressione. Quell’anno in cui sfiorammo lo scudetto, fu come se lo avessimo vinto: tutta la città era imbandierata di azzurro e c’erano feste ovunque. Però qualche anno dopo, perché la squadra andava male, non potevamo girare per Napoli. Forse ci vorrebbe un po’ più di equilibrio in questo ma, quando le cose andavano bene, Napoli ti dava quel qualcosa in più sotto l’emotività dell’evento”.

Appunto, con il Napoli sfiorò lo scudetto ma fu perso in quel maledetto Napoli-Perugia del 26 aprile 1981.

“Noi potevamo giocare tre giorni e tre notti ma non avremmo pareggiato quella partita. Malizia, il portiere del Perugia, ci parò l’impossibile, dopo ottanta secondi autogol di Ferrario, fu una partita stregata. Noi arrivammo a quella partita da primi in classifica, inaspettatamente, e forse, a differenza di Juventus e Roma, non avevamo la mentalità della prima della classe probabilmente. Parlando della Juve, in certi momenti è cinica, pensa alla sostanza. Non dico che noi non avevamo coraggio, ma c’era qualcosa che ci mancava, nonostante ci fossero ottimi giocatori in squadra come Krol. Era un’occasione che non dovevamo lasciarci sfuggire perché poi avevamo la Fiorentina in casa che pareggiammo, vincemmo al 90′ in casa del Como con il gol di Palo e poi avevamo la Juventus in casa. Vi lascio immaginare che non bastavano due San Paolo per far entrare tutta la gente all’interno dello stadio. La gente ci credeva ma poi perdemmo per un altro autogol e i nostri sogni tramontarono definitivamente. Comunque, ritornando a quel Napoli-Perugia, posso solo dire che fu una partita stregata, la rigiocherei altre dieci volte fosse per me”.

Lei non è riuscito a giocare con Maradona perché Diego arrivò nell’estate del 1984, lo stesso anno che lei lasciò Napoli. Il suo rimpianto più grande è quello di non aver vinto quello scudetto o non aver giocato con Maradona?

Non aver vinto quello scudetto. Perché se noi avessimo vinto quell’anno, Maradona sarebbe stato il secondo a vincere lo scudetto a Napoli. Immaginate che soddisfazione vincere il primo scudetto in una città come Napoli. Con tutto il rispetto che ho per Diego, chi non sognerebbe di giocare con lui, ma al primo posto metto quello scudetto perso”.

Però Maradona lo hai affrontato da avversario: com’è da avversario? 

“È come lo hai visto sempre tu in televisione: bello da vedere, difficile da marcare e da fermare. Parliamo di un fuoriclasse assoluto, un giocoliere. Lui e Pelè sono sicuramente i due numeri uno del calcio, un gradino sotto vengono tutti gli altri. Forse solo una volta ha sbagliato un passaggio o un tiro in porta: qualsiasi cosa faceva, anche la più impensabile, gli riusciva. I tempi poi erano diversi, immaginate come era marcato Maradona, eppure riusciva a fare cose inimmaginabili, cose che altri giocatori possono solo sognare di fare”.

Dopo l’esperienza con il Napoli ebbe due offerte, una dal Verona e una dalla Fiorentina, e lei scelse Firenze. Ma quell’anno fu molto travagliato per la società, mentre il Verona vinse lo scudetto. Ci può dire cosa accadde a Firenze in quell’anno?

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“Io scelsi Firenze perché l’anno prima arrivò seconda a un punto dalla Juve e questo mi convinse ad andare lì. In più, la squadra era già buona, acquistarono Gentile e Socrates e si pensava di lottare per lo scudetto e invece poi nemmeno raggiungemmo la zona Uefa. Quando ci sono questi grandi campioni e le cose non vanno nel giusto verso, è normale che c’è qualche frizione all’interno del gruppo. Si è lasciato un po’ scorrere questo avvenimento e non ci fu nessun intervento da parte della società, dell’allenatore. Si è pensato più a salvare la prestazione individuale che quella della squadra. Ma la responsabilità è anche della società che premette certi atteggiamenti”.

Restando in ambito Fiorentina, parliamo di Socrates, il mito del calcio brasiliano.

“Con Socrates abbiamo vissuto praticamente insieme per un anno: nelle trasferte e nei ritiri dormivamo insieme, avevamo la stessa camera, ci rapportavamo molto. Era un gran bel fumatore, fumava molto (ride, ndr). Lui giocava la palla solo di prima, la toccava al massimo una volta e non faceva grandi scatti e grandi rincorse, ma era sempre in movimento. Vedendo il calcio d’oggi, sarebbe stato il suo calcio.
Caratterialmente era anticonformista e contro il capitalismo. Una volta discutemmo perché ricordo che snobbò Enzo Ferrari, la storia dell’automobile, un uomo che si è fatto da zero, che ci invitò alla sede della Ferrari a marzo. Io rispettavo il suo pensiero politico ma secondo me doveva qualificare meglio le persone e in quell’occasione sbagliò”.

 Quale è stato l’avversario più difficile da superare?

“Uno su tutti Claudio Gentile. Cresciuto sotto la guida di Trapattoni, da molti considerato erroneamente troppo difensivista, faceva fare a Gentile e altri tecnica pura dopo gli allenamenti, facendoli diventare difensori fortissimi. Anche il secondo Vierchwood, quando divenne più esperto, era molto difficile da superare, usava tutti i mezzi. Questi due e Bergomi sono stati i difensori che mi hanno più impedito di fare il mio mestiere”.

Oggi si parla sempre di tattica, come ha detto lei c’è un professionista per ogni tipo di fondamentale: c’è un allenatore che nella sua carriera le ha lasciato qualcosa in più di qualcun altro?

“Quelli che io ricordo maggiormente e con più piacere sono Giacomini che ho avuto a Udine, che era un po’ rivoluzionario perché veniva dal supercorso di Coverciano: cii ha dato qualcosa in più sotto l’aspetto tattico, ha messo novità in mezzo al campo e sapeva cosa fare con quel gruppo. Sicuramente, poi anche Marchesi al Napoli che ha sfruttato tutte le nostre caratteristiche: noi avevamo Krol e Guidetti che erano due bravissimi a lanciare la palla con molta precisione e c’eravamo io e Oscar Damiani che eravamo molto veloci, due contropiedisti che mettevamo in difficoltà gli avversari. In più, avevamo anche Musella che era un bel fantasista e che oggi purtroppo non c’è più. Avevamo anche Marangon sulla fascia sinistra che era molto veloce e sono convinto che con un paio di ritocchi quella squadra era già da scudetto”.

 Che ricordi ha del periodo all’Udinese e quale è stato il gol più importante segnato con quella maglia?

Il gol più significativo fu il primo, perché fu il primo gol allo stadio Friuli, che era stato costruito da poco: magari un giorno mi metteranno una targa lì. In più, era la prima di C, venivamo dal post terremoto e allo stadio c’erano 17mila spettatori: vi lascio immaginare che atmosfera si respirava. Quell’anno, nonostante all’inizio stentammo un po’, mi presi tutte le responsabilità e vincemmo il campionato di C, la Coppa Italia Serie C e la Coppa Anglo-Italiana: fu una stagione irripetibile, bellissima“.

Concludendo le chiediamo se in questa c’è un allenatore che le piace particolarmente: preferisce un allenatore alla Conte o più alla De Zerbi e Di Francesco?

Di Francesco e De Zerbi sicuramente. Di Francesco perché l’ho conosciuto al supercorso di Coverciano e secondo me non è bravo ma ottimo come allenatore. Ovviamente, l’allenatore ottimo non fa i risultati, i risultati li fanno i giocatori, il gruppo. L’allenatore incide al 30% perché poi sono i giocatori che vanno in campo. Ma Di Francesco è molto preparato.
Di De Zerbi mi piace la sua filosofia perché, quando dice che i suoi calciatori devono andare in campo e divertirsi, un po’ mi ci rivedo quando io parlo con i miei ragazzi. Mi piacciono molto questi due allenatori”.

 

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