Caos divise, il derby delle magliette “uguali”.

Pubblicato il autore: Fausto Leone

Quando, con qualche secondo di ritardo sull’orario previsto, i ventidue uomini sono finalmente entrati sul campo di San Siro, gli occhi dello stadio erano più concentrati sulle coreografie della Nord e della Sud che sul terreno di gioco. Da una parte, il sentito omaggio ai trent’anni di presidenza Berlusconi, in procinto di vendere la sua creatura alla cordata cinese Sino-Europe – nonostante lo stesso ex premier, incalzato dai giornalisti nel garage dello stadio, abbia detto di non credere che questo sarà il suo derby da presidente del Milan; dall’altra parte la curva Nord ha risposto con un mastodontico  “I pussee bej”, “i più belli” in dialetto milanese.
Ad ogni modo, passata l’emozione iniziale e posato lo sguardo sul campo, che l’imprevisto si palesa: qual è il Milan? Quale l’Inter? Tagliavento (lui sì ben riconoscibile, nella sua divisa giallo fosforescente) fischia l’inizio del derby, e i ventidue in campo si muovono come una sola compagine. Nero con inserti rossi per il Milan, nero con inserti blu per l’Inter, mentre almeno sulla schiena spicca il giallo evidenziatore che la Nike ha scelto per i numeri della divisa nerazzurra. Dal terzo anello verde, dove sto guardando il derby, un’autentica accozzaglia di nero, resa ancor più drammatica dalla mia miopia; a casa, e subito dopo su internet, si scatenano i commenti sprezzanti degli spettatori, costretti a osservare un’onda di ventidue uomini vestiti (quasi) uguale che tentano di far gol sulle due porte. Come ha scritto qualcuno: sembra una di quelle partite alla Playstation in cui non selezioni le divise, e giochi senza capire chi siano i tuoi e chi gli avversari! (per tacere delle caustiche battute sulle divise “cinesi”).Derby2-1000x600

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Unica nota distintiva, i pantaloncini: bianchi per gli uomini di Stefano Pioli, neri per l’undici di Vincenzo Montella. Uno schiaffo alla tradizione: la Grande Inter contro il Milan di Rivera negli anni Sessanta, il Milan degli olandesi contro l’Inter dei tedeschi a cavallo fra gli anni Ottanta e i Novanta, fino alle sfide delle semifinali di Champions League del 2003, quando le due milanesi competevano per il trono d’Europa, tutte queste sfide si giocavano con l’Inter in pantaloncini neri e il Milan in pantaloncini bianchi. Stasera, per il derby della Madonnina numero 304, i colori sono invertiti, ma è quello delle magliette a creare sconcerto.
A ben guardare, questo Milan-Inter sembra il preludio al futuro distopico immaginato da Mino Raiola, vero deus-ex-machina dei destini calcistici italici: “Per tornare a dominare in Europa, Inter e Milan dovrebbero fondersi, diventare una sola società”, aveva dichiarato alcuni mesi or sono il procuratore, che nella sua scuderia può contare campioni come Ibrahimovic e promesse come Donnarumma o lo juventino Kean, primo 2000 a esordire in serie A sabato sera, nel netto 3 a 0 con cui la Juventus ha liquidato il Pescara allo Juventus Stadium. Uno scenario apocalittico, una profezia di Nostradamus che secondo i più dietrologi e complottisti sarebbe invece un processo già in atto, con le due società milanesi guidate da imprenditori cinesi privi di quella passione tutta italiana per il pallone, ma più interessati a bilanci, marketing e guadagni. O forse un semplice ritorno al passato, quando a Milano esisteva solo il Milan, da cui puoi un manipolo di soci si staccò in disaccordo contro la politica autarchica rossonera, che non permetteva l’ingaggio di calciatori stranieri, per fondare l’Internazionale Football Club, nome programmatico se ce n’è uno (e anche ieri sera, in campo due soli italiani nell’undici nerazzurro).

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