Napoli, analisi di uno scudetto mancato

Pubblicato il autore: teros Segui
TURIN, ITALY - DECEMBER 16: Lorenzo Insigne of SSC Napoli in action during the Serie A match between Torino FC and SSC Napoli at Stadio Olimpico di Torino on December 16, 2017 in Turin, Italy. (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Foto Getty Images© selezionata da SuperNews

Il Napoli ha concluso la sua straordinaria stagione con una vittoria sul Crotone, che ha consolidato la piazza d’onore conquistata con pieno merito, con un punteggio da record nella storia del club (91 punti ) ma che, tuttavia, non è valso il conseguimento del massimo traguardo.
Molte le recriminazioni ed i rimpianti in casa partenopea per un’annata che sembrava potesse finalmente regalare ai tifosi napoletani la gioia per la conquista di quel titolo, lontano ormai da oltre trent’anni dalle pendici del Vesuvio.
Ma, oltre ad un pizzico di sfortuna in alcuni momenti decisivi e sorvolando su alcune discutibili decisioni arbitrali che non hanno certamente sfavorito la Juve, non dovrebbe mancare, da parte della società e dell’area tecnica, una riflessione obiettiva ed autocritica sugli errori commessi, che hanno pesato sensibilmente sul mancato trionfo degli azzurri.

Di certo, il cammino del Napoli è stato penalizzato dai gravi infortuni patiti da Milik e Ghoulam, in una fase della stagione in cui il il difensore algerino sembrava all’apice della forma e forniva un’impressionante spinta propulsiva sulla fascia sinistra, assecondando l’estro e l’inventiva di Insigne e l’attaccante polacco, come ha dimostrato nel finale del torneo, appariva pienamente recuperato ed in grado di fornire un apporto decisivo,in termini di muscoli e tecnica, al servizio della squadra, consentendo peraltro all’allenatore significative variabili tattiche, da alternare alla presenza del “tridente leggero”.

Ma sarebbe ovviamente riduttivo ascrivere l’insuccesso finale dei partenopei al solo forzato “forfait” di due elementi della rosa, per quanto di rilevante peso specifico nelle dinamiche di gioco elaborate da Maurizio Sarri.
Non va infatti trascurato che, pur con assenze di tale rilievo, il Napoli ha comunque conquistato 48 punti nel girone d’andata, laureandosi campione d’inverno e sfoggiando quel calcio spettacolare e spumeggiante ammirato dagli sportivi di tutte le latitudini.
E, peraltro, la società avrebbe avuto tutto il tempo e le opportunità per integrare adeguatamente l’organico nel mercato di gennaio,evitando di rincorrere vanamente il solo Verdi del Bologna, attraverso una stucchevole telenovela prolungatasi sino all’ultimo giorno delle trattative quando, sfumata la pista che portava all’attaccante felsineo, i dirigenti azzurri hanno provato inutilmente a dirottare in extremis su Politano del Sassuolo ( rimasto in Emilia probabilmente anche per il veto indiretto della Juve alla cessione del giocatore).

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E’risultato inevitabile che il prolungato ed ininterrotto impiego dei titolarissimi, con i saltuari inserimenti dei soli Zielinski e Diawarà, abbia finito con il logorare le energie psico-fisiche soprattutto degli uomini del reparto offensivo, dove Mertens e Callejon, in particolare, hanno accusato un’evidente flessione di rendimento, che ha  evidentemente inciso anche sulla qualità del gioco e sul coefficiente realizzativo della linea d’attacco.
Non è un caso come alcuni dati statistici attestino un sensibile decremento delle reti complessive realizzate dalla squadra (-17 gol, rispetto alla passata stagione) ed uno “score” decisamente inferiore anche dei singoli, con Mertens (18 reti) ed Insigne (8 reti) che hanno messo a segno ciascuno 10 reti in meno in raffronto al bottino conseguito nell’ultimo torneo (rispettivamente, 28 per il belga e 18 per il Magnifico ), anche se entrambi hanno nobilitato spesso le loro prestazioni con pregevoli assist per i compagni di squadra.

Nè può essere considerato esente da critiche Maurizio Sarri, cui va comunque riconosciuto il principale merito di un triennio straordinario in cui, oltre a conferire alla squadra una precisa identità di gioco e di personalità, ha contribuito a valorizzare enormemente l’ organico degli azzurri, molti dei quali ambiti dai top club continentali.
Tuttavia, anche il tecnico toscano ha evidenziato in qualche occasione i suoi limiti, nella intransigenza, forse eccessiva, con cui ha preteso talvolta l’applicazione fedele dei suoi schemi di gioco, anche in situazioni tattiche che, probabilmente, richiedevano qualche variante più efficace.
Cosi,’ come gli va imputata ,in qualche misura, la ridotta capacità di inserire i nuovi arrivati in tempi più brevi, costringendosi a ruotare prevalentemente non più di 13/14 giocatori nell’arco dell’intera stagione.
Nè può costituire una giustificazione per il fallimento in Europa League ed in Coppa Italia, ( obiettivi decisamente alla portata degli azzurri, abbandonati con negligente frettolosità) l’affermazione di aver voluto privilegiare l’impiego delle migliori energie in campionato, perchè ritenuto il traguardo più ambito dai tifosi.
Nemmeno può essere tollerabile, da parte dell’allenatore, la dichiarazione di aver perso l’incontro con la Fiorentina “in albergo”, prima di scendere in campo, per il contraccolpo psicologico conseguente alla vittoria della Juve sull’Inter.

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Il Napoli aveva il dovere morale di contendere lo scudetto alla formazione di Allegri con tutte le residue energie disponibili fino all’ultima giornata, senza lasciare nulla di intentato, onorando sino al termine un torneo disputato comunque su livelli straordinari. Lo doveva al pubblico napoletano e a tutti gli sportivi che hanno apprezzato il gioco espresso dagli azzurri nel corso dell’intero torneo.
Non ci sono alibi per giustificare il tracollo di Firenze ed il pari interno con il Torino, ottenuti da una squadra sfiduciata e demotivata che, conquistando l’intera posta in palio in entrambi gli incontri, avrebbe messo pressione ad una Juve, comunque obbligata a vincere sempre per mantenere inalterato il risicato punto di vantaggio sugli uomini di Sarri, conservato proprio dopo la sconfitta interna patita contro i partenopei.
E, paradossalmente, proprio l’impresa compiuta allo Stadium ha psicologicamente indebolito gli azzurri, generando l’ingiustificata presunzione di essere ad un passo dal successo finale, nella immotivata convinzione che il cammino della Juve potesse essere intralciato dall’Inter di Spalletti,all’epoca ancora a caccia di punti decisivi per la qualificazione in Champions.

Proprio nella fase cruciale del campionato, la differenza tra il Napoli e la Juve è emersa in tutta la sua evidenza, non sul piano squisitamente tecnico, ma in termini di personalità e tenuta nervosa, con i bianconeri, certamente più esperti e navigati rispetto alla formazione partenopea, in grado di metabolizzare velocemente la disfatta interna subita nello scontro diretto e capaci di ripartire con la mente sgombra da qualsiasi condizionamento.
Gli esiti finali del torneo appartengono ormai alla storia del calcio. Il Napoli è stato unanimemente riconosciuto quale vincitore morale della serie A per aver praticato il gioco più divertente e spettacolare, ma è un riconoscimento che può bastare ad una piazza appassionata, che attende il ritorno del tricolore da oltre 30 anni ?
Intanto le indiscrezioni che filtrano dalla società e dallo spogliatoio accreditano l’eventualità non remota di una possibile smobilitazione della squadra che, dopo uno leader, come Pepe Reina, rischia di perdere altri pezzi pregiati
( Jorginho, Mertens ?) e, soprattutto, il suo timoniere che, pur legatissimo alla gente di Napoli, manifesta qualche perplessità  nel voler proseguire il rapporto conflittuale con De Laurentiis e, dopo una lunga gavetta non sempre adeguatamente retribuita, non appare insensibile ai lauti compensi promessi da sirene russe ed inglesi.
Il ciclo “Sarri “potrebbe comunque proseguire, qualora il tecnico ricevesse dalla dirigenza adeguate garanzie di consolidamento e potenziamento della rosa.

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L’attuale organico del Napoli può essere migliorato con pochi innesti di qualità e l’elevazione del tasso tecnico di alcune seconde linee non all’altezza dei titolari, ma l’eventuale abdicazione di Maurizio Sarri costringerebbe la società a programmare una vera rifondazione della squadra, che potrebbe richiedere tempi non brevi, distruggendo un castello di certezze costruite con il lavoro meticoloso di un gruppo di professionisti di prim’ordine. E il pubblico napoletano, unanimemente schierato dalla parte dell’allenatore toscano, difficilmente perdonerebbe alla dirigenza la responsabilità di uno strappo definitivo con un tecnico raramente cosi’ amato dalla piazza partenopea.

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