Milan, trentuno anni fa diventavi “immortale”

Pubblicato il autore: GennaroIannelli Segui

Quando il Milan il 24 maggio del 1989 vinse la terza Coppa dei Campioni della sua storia, la prima dell’era Sacchi, si scrisse che “il calcio non sarebbe più stato come prima”. Di quella rivoluzione, più o meno assimilata dalla nostra cultura calcistica, hanno fatto tesoro soprattutto in Spagna ed Olanda (che, in realtà, per prima lo aveva ispirato). Oggi i segni di quel cambiamento, nel nostro modo di concepire questo sport, sono palpabili nel distacco progressivo da un’idea di pragmatismo che faceva della vittoria (anche solo striminzita) l’unico vanto da esibire.

Milan Campione d’Europa: la vittoria di un “signor nessuno”

Il 24 maggio del 1989 il Milan si laureò Campione d’Europa per la terza volta nella sua storia. Alla guida di quel collettivo leggendario, definito in seguito “La migliore squadra di tutti i tempi” dal Uefa, c’era un  allenatore che, fino a poco tempo prima, tutti consideravano un “signor nessuno”: Arrigo Sacchi. Il mister emiliano, che a questa vittoria ha di recente dedicato un libro intitolato “La Coppa degli immortali”, era sbarcato nella galassia rossonera appena un anno prima tra lo scetticismo di un ambiente che, come un nobile decaduto, rifiutava categoricamente di liberarsi da una patina di certo snobismo dovuto ai titoli e agli onori raccolti in un passato di gloria che fu. Eppure quel Milan era a digiuno di vittorie da almeno un decennio e, nel frattempo, si era concesso il “lusso” di scendere due volte in cadetteria e aveva cominciato da poco una lenta ricostruzione. Una ricostruzione propiziata da un vate di un nuovo mondo, quello delle tv private: Silvio Berlusconi.
Fu proprio il magnate della Fininvest a scommettere su di lui nonostante avesse allenato al massimo in Serie C (promozione in B ottenuta alla guida del Parma che poi sarebbe diventato “dei miracoli”). Lo fece non solo perché folgorato dal gioco della banda ducale che, pochi mesi prima, aveva battuto il Milan a San Siro in Coppa Italia, ma anche perché forse credeva che, per linanciarsi davvero, il Diavolo avesse bisogno di un condottiero umile, dedito alla cultura del lavoro.
Il mister, partito dalle polveri della Seconda categoria con il Fusignano, aveva appreso sin dagli esordi a lavorare “di fantasia” a modellarsi da solo i calciatori, come un novello demiurgo, anche quando la materia prima era scarsa o assente.

Non hai il libero? E quale maglia gli affideresti?La “sei”,  PresidenteBene, eccoti una maglia numero sei, ora costruisciti il libero“. Queste alcune battute che si consumarono tra un giovane Sacchi e l’allora Presidente del Fusignano, nonché suo ex docente di latino, Alfredo Belletti.

Così, Sacchi non ebbe alcuna difficoltà a stravolgere i paradigmi e le metodologie di lavoro cui i rossoneri erano abituati, nonostante qualche incomunicabilità inevitable per due mondi così lontani che si incrociano. Sedute d’allenamento sfiancanti, fatte di molte esercitazioni su tattica e pressing, l’arma vincente dei rossoneri. Esercizi senza palla finalizzati a far acquisire ai giocatori gli automatismi sui movimenti e a cavarsela anche nelle situazioni più difficili, come le uscite sul pressing avversario. Il tutto scandito dalla sua voce urlata nel megafono e dagli appunti rigorosamente registrati sul taccuino giorno per giorno. Un lavoro meticoloso che fruttò lo Scudetto al primo anno. Ma il meglio doveva ancora venire…

Il cammino verso la Finale

Il cammino del Milan in quella Coppa dei Campioni fu tutt’altro che facile e scontato. La squadra superò agevolmente solo il primo turno contro i bulgari del Vitosha Sofia che furono superati con un perentorio 7-2 complessivo, in cui si esaltò il genio di Van Basten, autore di una tripletta al ritorno. Le tribolazioni sarebbero cominciate dagli ottavi in poi quando il Milan si trovò ad affrontare prima la Stella Rossa di Belgrado e poi il Werder Brema ai quarti. Contro i “brasiliani dell’Est”, come venivano soprannominati all’epoca Prosinecki e compagni, il Milan riuscì a spuntarla solo ai calci di rigore “grazie” agli errori decisivi di Savicevic e Mrkela, al culmine di un confronto infinito nel quale al Milan non fu convalidato un gol “fantasma” di Evani. In una Belgrado blindata dalla polizia, la gara fu rinviata al giorno successivo a causa della nebbia, con il Milan in svantaggio per uno a zero e sotto d’un uomo a 30′ dalla fine.  Come si suol dire: le compensazioni della sorte.  A piegare le resistenze dei tedeschi biancoverdi fu un rigore di Van Basten, dopo che all’andata, a Brema, l’arbitro portoghese Rosa Dos Santos annullò non convalidò un altro gol “fantasma” con la palla che, stavolta aveva varcato la linea di almeno un metro e mezzo.

Il Milan degli immortali

Ma fu il doppio confronto in semifinale con il Real Madrid a consacrare davvero il Milan nella leggenda. Los Blancos, guidati in panchina da Beenhakker stavano vivendo uno dei tanti cicli gloriosi della propria storia ultracentenaria (cinque Scudetti consecutivi tra l’85 e il ’90), guidati in campo dall’avvoltoio Butragueño che, insieme ad altri quattro compagni del vivaio merengues, Sanchis, Vazquez, Michel e Pardeza (questi all’epoca già al Zaragoza), avevano dato vita alla “quinta del Buitre” (“la corte dell’avvoltoio), dal nome appunto del centravanti spagnolo, il più rappresentativo dei cinque.

Le due gare giocate contro il Real sono l’essenza perfetta di ciò che era il Milan di Sacchi: pressing aggressivo a tutto campo, verticalizzazioni, gioco in ampiezza e una linea di difesa molto alta (alla faccia dell’italianità), capace di mettere in fuorigioco gli avversari sotto la puntuale regia di capitan Baresi. Grazie a questi accorgimenti, dopo aver pareggiato 1-1 al Bernabeu, nel ritorno a San Siro il Milan riuscì a neutralizzare ogni minimo attacco del “Buitre” e annichilì il Real sotto una pioggia di cinque gol a zero, per quella che può essere considerata la maggior impresa di una squadra italiana a livello di club. Segnarono tutti in quella passerella trionfale e ad aprire le danze non fu certo uno dei tre “magici” olandesi, bensì Ancelotti che fiondò una sassata di destro all’incrocio, da circa 35 metri, dopo aver effettuato una serie di finte sui malcapitati Schuster e Gallego.

Fu quella la gara che fece inchinare il mondo intero. La Finale vinta per 4-0 al Camp Nou, il 24 maggio, contro la Steaua di Lung, Bombescu, Petrescu e Hagi, è solo la naturale conseguenza dello strapotere di un “undici” perfetto in ogni sua componente e meccanismo.

L'”Equipe” scrisse che, dopo quella notte di San Siro, “Il calcio non sarebbe stato più come prima“, ed ebbe ragione. Da quel giorno diverse scuole di pensiero dalla “cantera” Barça, allo stesso Ajax di Ten Hag si sono ispirati a quei principi di gioco perfezionandoli ed adattandoli a seconda dell’evolversi dei tempi. Paradossalmente sembra proprio l’Italiaad aver meno recepito la lezione di uno degli allenatori più vincenti della sua storia. Radicato com’è al culto del risultato ad ogni costo (da raggiungere, possibilmente, in breve termine), nel nostro Paese, salvo rare eccezioni, poco tempo si concede agli allenatori per lavorare e rendere le loro idee redditizie nel tempo. Manca pazienza, come lamenta lo stesso Sacchi tra le pagine del suo libro. Nonoatante ciò, nessuno potrà negare l’eredità del suo lascito che fece conoscere il calcio italiano sotto una nuova luce.

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