Editoriale Milan: “Rangnick è l’ennesima occasione mancata”

Pubblicato il autore: Giacomo Morandin Segui


“In seguito all’ottima serie di risultati del Milan alla ripresa della Serie A, non era possibile chiudere l’affare. Indipendentemente dal punto di vista, mio o del club, non sarebbe stato intelligente farlo. Se mi metto nei panni dei tifosi milanisti, ma anche giocatori o direttore sportivo, non avrei capito la decisione di cambiare dopo un percorso del genere”.
L’aroma che esce dalle parole di Ralf Rangnick e rimbomba alle orecchie degli appassionati di calcio, milanisti e non, contiene un mix di ironia, verità e amarezza: il “treno Milan” non passa spesso nella vita, e Rangnick dopo aver preso il biglietto per salire a bordo se lo è visto passare davanti perché incredibilmente (in Italia..) era in orario, nonostante le 62 primavere del manager tedesco.
Non voglio giudicare l’operato dei giornalisti che da mesi davano per fatta la trattativa Milan-Rangnick, tartassando di domande il povero Stefano Pioli su quello che sarebbe dovuto essere il suo successore, nonostante lui sul campo stesse rivoluzionando una squadra che prima del lockdown sembrava sul punto di non ritorno, con la sconfitta contro il Genoa per 1-2 nel silenzio assordante di San Siro.
Tutto questo nei confronti del mister rossonero ce lo saremmo ampiamente risparmiato, tanta era diventata pesante la manfrina del post-partita nei suoi confronti.

Ralf Rangnick avrebbe portato al Milan uno staff di 7 persone (capitanate dall’ex giocatore del Brescia Markus Schopp) dandogli carta bianca sotto la sua diretta supervisione unendo le sue potenzialità multidisciplinari da “Head of Sport and Development Soccer” della Red Bull Lipsia, e ciò ha sicuramente infastidito i vertici rossoneri nel corso dei mesi con Boban e Maldini delegittimati da Gazidis e quest’ultimo addirittura licenziato dopo l’intervista choc a “La Gazzetta dello Sport” per poi essere reintegrato dopo poco tempo, mentre il croato già a marzo aveva lasciato la società milanista.
Rangnick per il Milan sarebbe stata l’opportunità della svolta, anche per il campionato italiano ancora prigioniero della berlusconiana mentalità anni ’90 che prevede l’imprenditore unico a capo di una società di calcio.
Il progetto del maestro tedesco sicuramente non sarebbe stato un fac-simile di ciò che gli abbiamo visto fare all’Hoffenheim o al Lipsia con la Red Bull, perché Rangnick stava già prendendo le misure avendo alle spalle una società importante e gloriosa da riportare in alto: i requisiti richiesti erano sicuramente gli investimenti importanti, che non sarebbero stati i 100 milioni spesi in Germania vista la buona base di giocatori messi a disposizione: Donnarumma, Romagnoli, Theo, Kessiè, Bennacer, Saelemaekers, Calhanoglu, Leao, Rebic e via discorrendo a cui si trattava di aggiungere giocatori rigorosamente under 25 ma di prospettive incredibili da lanciare sul panorama internazionale, facendoli affermare per poi farne la colonna vertebrale del Milan futuro.

No, non ho dimenticato Ibrahimovic. Semplicemente perché mi sento di andare controcorrente: Ibra in un progetto come quello nella mente di Rangnick non sarebbe potuto essere il titolare e probabilmente neanche essere presente in squadra. Il cosiddetto “gegenpressing” non può essere nelle corde del campione, seppur 38enne, che ha trascinato il Milan in questa stagione da quando è arrivato e su cui l’intera squadra si è appoggiata per ricreare un gruppo che sembrava ormai sfaldato.
Grazie a Zlatan allora, ma quel progetto non faceva per lui, almeno che non si fosse adeguato da grande campione qual’è pur comprendendo che non sarebbe stato facile assembrare non tanto i dettami tattici, ma il concetto di stare in panchina, e in caso contrario il rifiuto dello svedese sarebbe stato pienamente capibile.

Il pubblico di sponda rossonera ha dimostrato sempre l’attaccamento alla maglia anche nei momenti più bui, ma spesso è stato il giudice di giocatori “processati” da un San Siro che spesso fischia anche al primo passaggio sbagliato uccidendoli psicologicamente, dopo averne osannato magari poco prima le movenze: ultimo esempio in ordine cronologico Kryzysztof Piatek.
Ora con Rangnick la diffidenza del tifo è stata sentita parecchio, a maggior ragione dopo gli ultimi risultati sfoggiati dalla compagine di Pioli: forse è l’ennesima dimostrazione che in Italia il cambiamento (o il progresso, “Ça va sans dire”) spaventa, al limite della cainofobìa.

Le motivazioni sono anche economiche: perché dare 5.5 milioni di euro a Rangnick per un progetto triennale quando puoi dare 2.2 milioni a Pioli ora nella speranza che ripeta le buone prestazioni anche nei prossimi 6 mesi? E aggiungo, anche con un preliminare di Europa League da giocare e acquisti da fare in pochissimo tempo?
Si, i conti del Milan hanno inciso sulla decisione è vero, ma evidentemente la pazienza di aspettare e veder fruttare i semi del lavoro nel tempo non è un aspetto che la società ha considerato.
La decisione di continuare con Pioli è sacrosanta, ma dal mio punto di vista non condivisibile con l’idea di far tornare il Milan ai fasti di una volta: Pioli ha fatto un lavoro incredibile, ma in questo caso è stato la corda sui cui appendersi per non cadere nel burrone dopo che il ponte sopra di esso è crollato.

Rangnick per il Milan poteva essere la svolta, che se positiva avrebbe cambiato (forse) il modus operandi di molte altre società in Italia dando un incipit da seguire per i prossimi anni.
Altra domanda: siamo sicuri che non potesse esserci una convivenza tra Rangnick mettendolo a pieno comando della dirigenza, e la permanenza di Pioli in panchina?
Non lo sapremo mai, il futuro non si può prevede ma una cosa è certa: il Milan aveva paura di cambiare e forse questa volta, il treno in orario l’ha perso la società rossonera.

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