Editoriale, il modello “bolla NBA” funziona, ma in Italia non è fattibile

Pubblicato il autore: Giacomo Morandin Segui


E’ molto interessante come nel 2020 sia ormai sdoganato per ovvie cause socio-ambientali il termine “bolla“, inteso come ambiente isolante sia per un individuo o per un numero limitato di persone, costrette a stare in un determinato ambiente per evitare contagi da Coronavirus con l’esterno.
In questi giorni tanto si sta parlando (e strumentalizzando..) dei numerosi casi di positività nel calcio italiano, a partire dal potenziale “cluster” nel Genoa contenente 22 positivi tra staff e calciatori, comparso dopo la partita giocata il 27 settembre contro il Napoli in Campania (fatalità risultata una delle regioni con più alto numero di casi pochi giorni dopo) e il susseguirsi delle positività arrivate anche nella Nazionale Under-21, bloccata in Islanda per molte ore e rispedita a casa solo dopo l’intervento della FIGC e della Farnesina.

L’altra bolla, quella della comunicazione, vede attualmente due fazioni schierate (nel più classico degli stereotipi italiani) tra quelli de “il campionato e il sistema calcio vanno comunque mandati avanti” e quelli del “sospendiamo tutto, lo sport attualmente non è indispensabile”, quest’ultima capitanata anche da politici che evidentemente non hanno mai praticato sport nella loro vita.
La prima fazione dicevamo, spalleggia l’invito a continuare il campionato di calcio  ma non solo, invocando come modello la cosiddetta “bolla stile NBA” che ha permesso questa notte di finire il campionato di basket più importante del mondo negli Stati Uniti, gli stessi che vedono il loro Presidente positivo al Covid-19 uscire dall’ospedale durante l’isolamento per incontrare i propri fan (perché di “tifosi” si tratta).

Il modello “bolla NBA” ha implicato uno studio innanzitutto di strutture (dogma portante del modello), di investimenti economici e soprattutto di gestione dei ruoli e delle dinamiche di competenza di una lega che eccelle anche come modello di business, oltre a quello sportivo.
La “bolla NBA” è stata individuata nell’enorme complesso di DisneyWorld a Orlando, nella quale l’NBA ha permesso l’ingresso a 6500 persone in tutto: 35 persone per squadra più il personale, niente famiglie per 3 mesi.
Tutti i comfort possibili per le squadre, compreso uno psicologo a disposizione per ogni team, perché parliamo di uomini prima che giocatori che guadagnano contratti da 50 milioni all’anno, ma la mente resta umana e spesso fragile.
Ma il punto cruciale riguardava eventuali casi di positività, ai quali l’NBA aveva ovviamente pensato stilando un rigidissimo e preciso protocollo sanitario da adottare h24 e mettendo a disposizione un numero verde per qualsiasi segnalazione anonima di chi non rispettasse le regole. I risultati parlano chiarissimo: oltre 50 tamponi a persona eseguiti (escludendo quelli volontari), 0 casi di positività. ZERO. Un trionfo totale, su tutti i fronti.
Per non parlare dell’organizzazione: i punti ristoro dove ogni persona poteva ritirare cibi monoporzione o preparati al momento in qualsiasi ora del giorno, distanziamento dei posti a sedere nelle meeting room e in panchina, sale conferenze adibite a campi da allenamento per poter garantire a tutte e 22 le squadre di potersi allenare nonostante una tabella predefinita di orari per potersi allenare per evitare assembramenti tra più squadre.

Il giornalista di Sky Sport Alessandro Mamoli ci ha regalato anche un dettaglio in un’ intervista: “Il sistema tecnologico era chiaro: una volta fatti i test e andati a buon fine, veniva mandato un input al braccialetto che ogni giocatore aveva ricevuto al suo arrivo a Orlando, e quando arrivavano nella loro facilities se si erano dimenticati il bracciale, dovevano tornare in camera e rifare il test”.

L’NBA per tutto questo ha investito 170 milioni di euro e ha rispettato i contratti televisivi, ma soprattutto ha mantenuto e dato posti di lavoro, ha dato da mangiare a delle famiglie che altrimenti non avrebbero avuto introiti a causa del lockdown e del trasferimento provvisorio di ogni singolo team ad Orlando.

Consideriamo che nel bel mezzo del campionato nella “bolla”, per due giorni vi è stato il terrore che dovesse saltare tutto dopo l’uccisione di George Floyd: gli atleti non volevano più giocare, ma la Lega è stata fenomenale a mediare anche questo imprevisto, facendoci addirittura una campagna di sensibilizzazione al razzismo grazie allo slogan “Black Lives Matter” scrivendo delle frasi significative sulle maglie di tutti i giocatori.

L’Italia può imitare il modello “bolla NBA”?

Questo preambolo necessario ci porta al vero nocciolo della questione: l’Italia può replicare il modello “bolla NBA” per il calcio, ma non solo? La risposta è semplice: NO.
Si potrebbe facilmente smontare la tesi che supporta il “Sì” già con un fatto che è sotto gli occhi di tutti: in Italia non vi sono strutture, stadi o luoghi che possano ospitare l’intero movimento calcistico di Serie A seppur per un determinato periodo di tempo. Qualche mente illuminata avrebbe individuato Coverciano, ma il Centro Tecnico della Nazionale non riuscirebbe a supportare uno spostamento del genere per motivi numerici, di tempo e di organizzazione.
Già, la tanto agognata organizzazione che continua a mancare in Italia a partire dalle istituzioni che faticano a gestire il “caso” di Juventus-Napoli, a cui devono seguire quattro (avete letto bene, quattro) riunioni di Lega più due rinvii a giudizio da parte del Giudice Sportivo per “supplementi d’indagine”. Come possiamo pensare che Lega, FIGC e Governo provino soltanto ad abbozzare un progetto concreto di “bolla”? Mettiamo caso che questa sia individuata a Coverciano, se dovesse accadere che un membro del personale della struttura risultasse positivo al tampone, chi interverrebbe? Un’altra Asl? Riferendosi a quale protocollo, locale o nazionale?

Dell’investimento non ne parliamo, visto che anche l’assegnazione dei diritti TV è in alto mare: enti televisivi che minacciano di non pagare causa Covid-19, altri che non vogliono intromissioni delle piattaforme OTT nel bando per il prossimo triennio.
Per quanto riguarda i giocatori il punto interrogativo è enorme: più di qualcuno si è esposto contro i ritiri forzati per evitare i contagi, cosa direbbero le squadre se dovessero isolarsi in una ipotetica “bolla” per mesi senza poter stare nelle loro case e vedere le loro famiglie?
Altro turning point: i contratti di lavoro del personale delle strutture, andrebbero a carico della Federazione o appaltati a ditte esterne? Le tempistiche anche solo dell’organizzazione di modalità d’appalto sarebbero bibliche, oltre a tutti i passaggi burocratici ad hoc che dovrebbero essere creati appositamente.

No, in Italia una “bolla NBA” sarebbe insostenibile e non fattibile in Italia per l’incompatibilità e la impraticabilità dell’unione dei tasselli che abbiamo analizzato qui sopra.
Vogliamo concludere con un passaggio del magnifico articolo scritto da Sam Anderson (New York Times) dal titolo “What I Learned Inside The NBA Bubble“:

[…] Lo storico olandese Johan Huizinga, nel suo libro “Homo Ludens” scritto nel 1938, sostiene che la civiltà stessa nasce dalla voglia di giocare – che il gioco è l’impulso principale dietro i comportamenti più sacri dell’umanità. Il tappeto erboso, i campi da tennis, la scacchiera e la campana non possono essere formalmente distinti da un tempio o da un cerchio magico. Il concetto di gioco si fonde in modo del tutto naturale con quello di santità. […]
[…] Discutere di bolle significa discutere dell’America stessa. Siamo una nazione di bolle. Noi feticizziamo muri e confini. Ci viene insegnato a pensare a noi stessi come a delle bolle: radicalmente individuali, indipendenti dalla storia, racchiusi in bozzoli di libertà personale. L’America è la terra delle suddivisioni e dell’aria condizionata, dei ristoranti drive-through e dei chicken nuggets. […]

Se l’America è questo, l’Italia non può essere altrettanto per ciò che abbiamo analizzato qui sopra ma anche per due modelli socio-culturali totalmente differenti sia nel modo di concepire il binomio business-sport sia nell’applicazione in questo momento storico senza complicazioni.
La politica italiana in questo inizi a progredire, invece di stagnare nell’ideologia del “non sono io responsabile di”. Un consiglio: questo è il momento giusto.

 

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