Mourinho e la Roma che vince e convince: illusione o realtà?

Dodici gol fatti e due subìti, per quattro vittorie in altrettante partite. É bastato poco, anzi, pochissimo, per far cadere il popolo della Roma ai piedi di Mourinho. Se qualcuno nutriva dubbi in merito, la spiegazione va ricercata nel fatto che, forse, quel qualcuno non ha memoria di quanto il portoghese sia special nell'ambito. E non centrano soltanto i risultati. Dal suo arrivo a Trigoria in Vespa - special, per l'appunto - alla scelta di far suonare Roma Roma all'ingresso delle squadre, passando per gli elogi alla passione del pubblico giallorosso. Son cose che un tifoso cerca, riconosce e apprezza. Se poi a ciò sommi una squadra che gioca bene, che si diverte e che fa divertire, col romanista ci vai a nozze.
Mourinho sapeva perfettamente, andando a Roma, a cosa sarebbe andato incontro, studiando le cose da fare e quelle da non fare. Se avere i tifosi dalla propria parte è fondamentale un po' ovunque, a Roma è una condizione necessaria per la sopravvivenza. E lo sanno bene i predecessori di Mou. Il connazionale Paulo Fonseca è arrivato senza far troppo rumore, mostrandosi schivo, riservato, comportandosi da uomo prima che da allenatore nei momenti difficili. É stato portato in paradiso dopo la trovata di piazzare Mancini sulla linea mediana, per poi essere indicato come colpevole unico e solo del disastroso girone di ritorno giocato nella passata stagione. Perfino Di Francesco, riuscito nell'impresa di portare la Roma in semifinale di Champions, ha lasciato la capitale con la tifoseria divisa in due. L'attuale allenatore del Verona è la dimostrazione perfetta del fatto che per entrare nel cuore della tifoseria romana non bastano solo i risultati.
Fattore Mourinho: da Pellegrini a Ibanez
Abbiamo tutti bene a mente le parole spese dal tecnico sul capitano: "se avessi tre Pellegrini giocherebbero tutti e tre". Il sette della Roma è stato spesso e volentieri bersagliato dalla critica, per motivi non troppo chiari. La questione, per Mourinho, non è secondaria. E' stato lui il primo a spingere per la permanenza di Lorenzo, a riconoscerne il talento e a metterlo al centro del gioco. Il Pellegrini che la Roma oggi può permettersi di schierare è un giocatore dalla classe sopraffina, in grado di leggere il gioco prima degli altri, di creare per sé e per i compagni. E' bastato metterlo a suo agio, fargli capire di essere importante senza dover necessariamente condannarlo a paragoni scomodi per via della fascia che indossa. Quella fascia che troppo spesso, a Roma, da privilegio diventa condanna.
Lo stesso discorso, seppur con qualche variante, lo si può affrontare per quanto riguarda Roger Ibanez, giovane di belle speranze arrivato lo scorso anno dall'Atalanta. Il brasiliano, però, ha viaggiato tutta la stagione su montagne russe, alternando grandi prestazioni ad errori elementari. Era vicino alla cessione, quando l'ennesimo guaio muscolare ha colpito lo sfortunato Chris Smalling. Mourinho, vedendoci sempre più lungo degli altri, ha semplicemente messo il difensore nella condizione di fare ciò che sa fare, nulla di più. Non gli viene più chiesto di cercare in maniera ossessiva il passaggio rasoterra per la costruzione dal basso, ma di non farsi battere nell'uno contro uno, di dar "fastidio" agli attaccanti avversari e, quando serve, di calciare il pallone in tribuna. Anche per lui, come per Pellegrini, i miglioramenti, psicologici più che tecnici, sono sotto gli occhi di tutti.
E, intanto, la Roma ringrazia.
Quattro su quattro
Una volta messe apposto le cose che non andavano, la Roma di Mourinho, azione dopo azione, partita dopo partita, ha iniziato a macinare gioco e punti.
Andare in Turchia, in un ambiente ostico, giocare male, andare avanti per poi farsi riprendere. Lo scorso anno avremmo probabilmente assistito ad una debacle clamorosa. Invece la Roma ha saputo reagire, con carattere, con la giusta cattiveria, portando a casa la partita. Stessa storia con la Fiorentina. Il ritorno col Trabzonspor invece è stato una dimostrazione di forza vera e propria, con la squadra passata da "brutta e cinica" allo status di "bella e concreta". A Salerno, i giallorossi faticano a distruggere il muro difensivo ideato da Castori. Pochi minuti dopo l'intervallo, un guizzo, neanche a farlo apposta, di Pellegrini, sblocca la gara inaugurando un secondo tempo in cui la Roma appare semplicemente perfetta. Alla festa partecipa anche il nuovo centroavanti Tammy Abraham, a digiuno di gol fino a quel momento, nervoso in qualche circostanza, com'è giusto che sia per un attaccante, ma non per questo fuori dal gioco, anzi, tutt'altro.
Dopo il roboante inizio, Mourinho, col suo staff, dovrà essere bravo durante la sosta a non far spegnere quella sana e vincente adrenalina di cui la Roma ha fatto tesoro. Certo, scettici e critici sono legittimati a continuare la propria campagna, nell'attesa di vedere i capitolini affrontare una grande squadra. Per molti, l'illusione di una Roma troppo bella per essere così vera dopo così poco tempo finirà molto presto. Ad altri sta semplicemente antipatico Mourinho, e si preparano a saltar fuori nel momento in cui ci sarà da gioire sulle sue disfatte.
Ma figuriamoci se allo Special One, di critici e pessimisti, gliene importi davvero qualcosa.