Filippo Inzaghi e l’umiltà di un campione

Pubblicato il autore: Lorenzo Solombrino Segui

Filippo Inzaghi – Foto originale Getty Images© selezionata da SuperNews

Nel luglio di tre anni fa Filippo Inzaghi aveva toccato il fondo della sua breve carriera di allenatore. Dopo una difficilissima annata alla guida del Milan, culminata con un disastroso decimo posto, si trovava in un vicolo cieco. Come di moda in questi anni, aveva compiuto il grande salto dalla primavera dei rossoneri direttamente alla prima squadra, sotto l’egida del patron Berlusconi, suo grande estimatore. L’avvio era stato anche incoraggiante, con il girone d’andata chiuso ai piani alti della classifica, trascinato da un ispiratissimo Jeremy Menez. Con il nuovo anno, però, Pippo perse la bussola e la sua squadra colò a picco clamorosamente. Alla fine della sua prima stagione in sella ad un club professionista, pareva essersi bruciato come neve al sole. Era opinione diffusa, infatti, che l’ex bomber di Milan e Juventus fosse ancora troppo acerbo per calcare certi palcoscenici, o che addirittura non fosse proprio tagliato per il ruolo di allenatore. Il 2015 si stava profilando come l’anno della definitiva pietra tombale sulla sua carriera sulle panchine del calcio che conta.

Leggi anche:  Serie A femminile: la prima giornata della nuova stagione 2021/22

L’estate successiva, però, arrivò una notizia straniante. Il Venezia, neopromosso in Lega Pro, aveva deciso di ingaggiarlo per ritornare ai vertici nazionali dopo anni di buio. Una cordata di imprenditori americani, capitanata da Joe Tacopina, vecchia conoscenza del nostro campionato, aveva rilevato la compagine veneta in Serie D riuscendo a riportarla in breve tempo tra i professionisti. Il direttore sportivo era Giorgio Perinetti, un uomo navigato, un conoscitore del calcio di ogni categoria, che riusciva a porsi in maniera trasversale al nostro sistema sportivo. Inaspettatamente aveva convinto Inzaghi a ricominciare da due categorie inferiori rispetto a quella in cui aveva allenato per l’ultima volta. Un salto completamente nel vuoto, che avrebbe potuto sancire una rinascita, o la completa fine della sua figura come mister. Per quantificare la discesa che intraprese l’ex bomber piacentino, in due anni passò da San Siro, allo stadio Penzo. Dagli 80mila tifosi della Scala Del Calcio, ai soli 7mila e spicci dell’impianto lagunare. Un bagno di umiltà non da tutti. Non una consuetudine da parte dei neo allenatori reduci da una brillante carriera con le scarpe ai piedi. Soprattutto, se come Pippo, a suon di gol e di trofei si è scritto la storia recente di una squadra blasonata come il Milan. Una scelta radicale, insomma, piena di dubbi e controindicazioni, ma che, ha avuto il fondamentale pregio di riuscire a formarlo e plasmarlo come un vero allenatore. Dall’identità e dalle idee ben chiare e definite.

Leggi anche:  Dove vedere Real Betis Roma: diretta tv Sky o streaming DAZN?

Alla guida della compagine veneta sono venuti, infatti, a galla i tratti distintivi della sua filosofia calcistica. Profilo basso, sia nelle dichiarazioni all’esterno, dove si è dimostrato assai cauto, sia nelle scelte di campo. Chi ha potuto stare al suo fianco, infatti, lo descrive come un grande lavoratore, con una predilezione per la tattica difensiva. Il suo Venezia, dopo la promozione in Serie B, è stato ridisegnato appieno. Si è passati da una liquida difesa a quattro, ad una granitica difesa a tre, perno del solidissimo 3-5-2 che durante l’anno si è reso veramente impermeabile. La rosa a disposizione di Inzaghi non era tra le più quotate del campionato cadetto, potendo contare su un folto plotone di giovani e qualche veterano della categoria come Domizzi, Del Grosso e Bentivoglio. Grazie all’organizzazione data dal mister, i veneti sono riusciti a chiudere la stagione regolare al quinto posto centrando l’insperato traguardo dei play off. Dopo la roboante vittoria per tre a zero contro il Perugia, i Lagunari si sono dovuti piegare in semifinale al più blasonato Palermo.

Leggi anche:  Community Shield, dove vedere Leicester-Manchester City: streaming e diretta tv Sky o DAZN?

Adesso, a tre anni dal suo addio al Milan, dalla possibilità di vedere il baratro vicino come non mai, un’altra cordata americani ha deciso di puntare sul tecnico. Si tratta di Saputo e del suo Bologna, che hanno premiato lo splendido lavoro svolto. Un riconoscimento al lavoro certosino e non certo sotto le luci dei riflettori sui campi di tutta Italia.
Un ritorno ai massimi livelli, dopo che da lì era stato esiliato tra le ilarità generali. Un ingresso dalla porta secondaria, come di suo stile.

  •   
  •  
  •  
  •