La vita è un pallone rotondo, parola di Vladimir Dimitrijević

Pubblicato il autore: Filippo Pecoraro Segui


Nel 1998 uscì in Francia il libro La vita è un pallone rotondo. Il suo autore, Vladimir Dimitrijević (scomparso nel 2011) era un ex calciatore serbo di origine macedone che dovette lasciare il calcio ad appena 18 anni per un grave infortuno al ginocchio, e che due anni dopo, nel 1954, abbandonò la Jugoslavia da esule per trasferirsi in Svizzera dove, attraverso molti umili lavori, riuscì a diventare libraio prima ed editore poi. Il libro venne poi tradotto in italiano e pubblicato da Adelphi nel 2000.

È opportuno mettere subito in chiaro una cosa: La vita è un pallone rotondo è un libro di memorie e di nostalgie. E la nostalgia più grande per l’autore è ovviamente la scomparsa di un Calcio antico fatto di sudore, di sangue (non è una frase fatta), di meraviglia e di impegno. Sicuramente questi discorsi fanno accapponare la pelle dei giovani del Ventunesimo Secolo (i famosi millennials), ma crediamo che alla fine l’opera di Dimitrijević sia dedicata e destinata proprio a loro, affinché si rendano conto che è esistito un tempo un Calcio lontano dalla copertura totale dei media, dagli sponsor, dal mondo patinato dello star system. È esistito un tempo in cui i bambini e i ragazzi non avevano un pallone firmato per tirare i loro primi calci, ma letteralmente stracci e oggetti di svariata provenienza, insaccati in federe e lenzuoli fino a fabbricare un qualcosa dalla forma variamente sferica; è esistito un tempo in cui bambini e ragazzi non avevano una vasta scelta fra decine di scarpini regolamentari da mettere ai piedi, ma potevano dirsi fortunati se riuscivano a trovare singoli scarpini della stessa misura con i quali correre zoppicando, o da far volare via nel tentativo di una rovesciata. Soprattutto, i ragazzi di oggi potranno confrontarsi con quelli di ieri e dell’altro ieri (e pure di tre giorni fa…) leggendo del misto di noia e di meraviglia che spesso bambini e ragazzini provano le prime volte che vengono portati allo stadio dai propri padri; delle sperdute occhiate lanciate al campo di gioco dove i calciatori corrono forsennatamente dietro a un pallone, della distrazione trovata nel fissare una formica che zampetta, anch’essa forsennata, attorno ai suoi piedi, e del confuso spavento provato quando tutti intorno ad egli si alzano in piedi urlando perché, evidentemente, è stata segnata una rete.

Le nostalgie di Dimitrijević si dipanano lungo molteplici direttrici. C’è l’omaggio al ruolo dell’attaccante, dallo sguardo spiritato e vivace di Johann Cruijff, Gerd Müller, Hugo Sanchez, Dragan Stojkovich, Salvatore Schillaci, Hristo Stoichkov, Paolo Rossi e Diego Armando Maradona; così come al ruolo del portiere nelle sue molteplici caratteristiche, dalla statuarietà di Peter Schmeichel all’agilità felina dell’ex ballerino Vladimir Beara, al senso della posizione di Dino Zoff, alla fortuna di Helmuth Duckadam, portiere della Steaua Bucarest Campione d’Europa dopo aver neutralizzato 4 rigori del Barcellona nella finale di Coppa dei Campioni del 7 Maggio 1986.
C’è il ricordo commosso di personaggi del calcio jugoslavo fondamentali per la sua crescita di calciatore e di uomo, come il suo primo allenatore, il signor Shpic; e come i giocatori Zlatko Chajkovski, Svetislav Glishovich, Krchevinac, Milovan Jakshich, Dragoslav Shekularac, Bora Kostich (protagonista della Jugoslavia olimpica a Roma nel 1960), Velibor Vasovich, e Jozha Giler, fucilato alla fine della Seconda Guerra Mondiale per aver tentato di salvare un gruppo di Serbi dalla furia nazista. Così come c’è la narrazione di imprese epiche della nazionale della Jugoslavia, quali il successo per 2-1 contro l‘Inghilterra a Belgrado il 18 Maggio 1939, e di clamorose sconfitte causate dall’eccessivo amore di qualche solista per dribbling e finezze di troppo.
C’è la diffidenza per grandi giocatori del passato considerati troppo politici e “istituzionali” come Pelè, Michel Platini, Franz Beckenbauer, e la grande ammirazione per la “canaglia” Maradona, con le varie sfaccettature del suo carattere condensate in un’unica partita, il quarto di finale dei Mondiali del Messico del 22 Giugno 1986.
C’è la condanna all’eccessiva pressione dei media su giocatori considerati fuoriclasse e poi troppo frettolosamente dimenticati, come Jean Pierre Papin, George Weah, Mario Kempes, e i già citati Schillaci e Rossi; e alla spettacolarizzazione del calcio negli USA, che ha reso la finale dei Mondiali tra Brasile e Italia del 17 Luglio 1994 una parentesi asettica tra pubblicità, consumismo e majorette.

Ne La vita è un pallone rotondo c’è, soprattutto, una vera e propria rapsodia di Dimitrijević per la gamba. Per quell’arto quasi preistorico e primordiale, sottosviluppo del braccio, nobilitato dal calcio, sport nel quale anche persone dal fisico improbabile (Ivica Osim che assomigliava a una X, Shekularac a una O, Mané Garrincha che era zoppo, Günter Netzer dal piede misura 48, Maradona dal fisico tracagnotto, Müller dall’andatura sconclusionata) riescono a diventare grandi giocatori. La gamba, che avvicina il calcio alle arti marziali e alla lotta. La gamba, perfettamente usata dai calciatori africani nei loro dribbling puri e quasi infantili. La gamba, anzi le gambe di Dimitrijević la destrezza delle quali fu basilare per la conquista del permesso di soggiorno in Svizzera da parte dello scrittore.

Quello che per Dimitrijević è necessario per il recupero del Calcio come gioco puro e divertente è un ritorno a punti fermi. Come quello delle Nazionali, che spesso sono il polso dell’andamento del Paese che rappresentano: la Germania Ovest che vinse i Mondiali di Svizzera del 1954 furono termometro della rinascita di una nazione distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale; così come la vittoria per 1-0 dell’Ungheria contro l’URSS staliniana del 24 Maggio 1952 fu uno dei punti più alti raggiunti da una nazionale meravigliosa come allora era quella magiara, e al tempo stesso l’inizio del canto del cigno di un Paese prossimo a subire l’invasione sovietica del 4 Novembre 1956.
La purezza del Calcio va anche recuperata attraverso l’affrancamento dall’onnipresenza dei media, degli sponsor, dei miliardi, dei muscoli pompati… attraverso queste e altre utopie.

Perché Dimitrijević lo sapeva che stava scrivendo un libro di ricordi, di nostalgie, e di utopie. Eppure questo non deve ingenerare tristezza e rassegnazione. Anche se la nostalgia è ricordo doloroso, se l’utopia è sogno irrealizzabile, ci fa sorridere rifugiarci ogni tanto presso di esse, e immaginare di tornare bambini allo stadio, annoiati e meravigliati dai 22 in campo, dalla formica che zampetta ai nostri piedi, dall’urlo dell’esultanza per il gol, per il vantaggio, per la vittoria.
Ci siamo passati anche noi, del resto, quando il 7 Giugno 1981 nostro padre ci trascinò a vedere un Lazio-Cesena 2-0 nel tentativo (frustrato) di farci diventare biancocelesti. Da dov’è adesso speriamo che anche lui stia sorridendo.

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