Adesivi antisemiti, 50mila euro per dimenticare la Storia

Pubblicato il autore: Martina Gramiccia Segui

Da bambini giocare con le figurine significava passare il tempo a scartare pacchetti e scambiare i doppioni con gli amici, significava completare un album o almeno provarci, significava cercare una carta rara o quella del proprio giocatore preferito. Poi succede che un girono si diventa grandi ed alcune cose si dimenticano. E capita anche che quello che prima era un gioco venga usato come insulto. Perché sia chiaro, qui di goliardico non c’è proprio nulla.

Roma, 22 ottobre 2017, Stadio Olimpico. Lazio e Cagliari si affrontano nel match valido per la nona giornata di Serie A, ma più che il campo (che vedrà la squadra capitolina imporsi per 3-1) a far parlare sono le azioni sugli spalti. In Curva Sud (eccezionalmente aperta agli abbonati biancocelesti al prezzo di €1) alcuni pseudo tifosi, che solitamente siedono dalla parte opposta dello stadio, decidono di lasciare il segno del loro passaggio imbrattando con adesivi di carattere antisemita il settore che li ospita. Tra questi adesivi alcune figurine che ritraggono Anna Frank con la maglia della Roma. E pensare che la Curva Nord stava scontando la prima delle due giornate di chiusura per ululati razzisti. Perché dare una sanzione se poi si consente di aggirarla con così tanta facilità? Strana cosa il mondo degli adulti. 

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La condanna è unanime. La procura della federcalcio, guidata da Giuseppe Pecoraro esamina l’accaduto, si attendono conseguenze serie. Alcune persone vengono identificate e sottoposte a Daspo intanto i fatti dell’Olimpico riempiono le pagine dei giornali e sono argomento di discussione nei programmi televisivi. La notizia fa il giro del mondo. Passano mesi, nel frattempo l’Italia manca la qualificazione ai Mondiali di Russia, per la prima volta si gioca anche sotto le feste e l’uso della VAR le polemiche sembra aumentarle piuttosto che risolverle. Il “caso Anna Frank” passa in secondo piano.

Arriva Gennaio. A due giorni dalla Giornata della Memoria, dando prova di straordinario tempismo, la giustizia sportiva pronuncia il suo verdetto: 50mila euro di multa per la Società Sportiva Lazio. Non viene dunque accolta la richiesta del procuratore Pecoraro (che ha già annunciato il ricorso) di due turni a porte chiuse oltre alla sanzione pecuniaria. Il tribunale ha infatti ritenuto che “non sussistano i presupposti per infliggere la sanzione della disputa di due giornate a porte chiuse in quanto, in tal modo, verrebbe penalizzata la quasi totalità della tifoseria laziale per il becero comportamento di soli venti persone, subendo un danno economico derivante dalla mancata possibilità di assistere alle gare della propria squadra del cuore, soprattutto per coloro che sono in possesso di abbonamento. Tale sanzione risulta essere estremamente penalizzante per la parte di tifoseria sana che, di fatto, sarebbe ostaggio dei comportamenti inqualificabili tenuti da pochissimi pseudo tifosi e potrebbe portare al compimento di ulteriori atti emulativi sempre da parte di pochi sprovveduti che potrebbero provare ulteriore soddisfazione nel constare quanto il loro comportamento sia in grado di condizionare un’intera tifoseria”. Nella sentenza si legge anche che la Lazio “ha posto in essere tutte le misure idonee e previste dalle normative vigenti per garantire efficaci misure di controllo” e viene sottolineato il fatto che “gli adesivi introdotti all’interno dello stadio erano di dimensioni talmente ridotte che, anche usando una particolare diligenza, sarebbero facilmente sfuggiti ai controlli degli addetti di sicurezza che, come è stato correttamente osservato, non possono neanche effettuare perquisizioni corporali nei confronti degli spettatori

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Per quanto tecnicamente precisa, tale sentenza rappresenta un chiaro segnale di superficialità e indifferenza. Finché le azioni di questi elementi continueranno ad essere considerate come le bravate di pochi, questi si sentiranno legittimati a dar sfogo alla propria ignoranza sulle gradinate di uno stadio. Permettendo ciò, a condizionare un’intera tifoseria non sarà tanto il divieto di andare a vedere una o più partire, ma l’essere continuamente accostati e confusi con quei delinquenti da curva (che non significa tutti ma tanti) che di bianco-celeste hanno solo la sciarpa della domenica. Questa gente deve essere allontanata dallo stadio, non i tifosi veri. E a far indignare non dovrebbe essere la mancata chiusura dello stadio ma il fatto che a certa gente venga ancora permesso di rappresentare chi alla propria squadra ci tiene veramente.

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Non c’è memoria, non c’è giustizia. La FIGC ha scelto, ha scelto di voltarsi dall’altra parte. D’altronde il massimo organo calcistico italiano ha ben altri problemi a cui pensare, bisogna ancora trovare una nuova guida capace di risollevare le sorti di un movimento in crisi. Poi, se la si guarda bene, questa faccenda è troppo complessa, meglio chiuderla qui. Ed allora ecco che arriva un’ammenda di €50.000 per dimenticare la Storia, quella con la S maiuscola. Dimenticare fino al prossimo caso ovviamente, quando il valzer delle parole e delle ipocrisie ricomincerà il suo giro.

50mila euro, e per alcuni anche due turni di squalifica, questo vale l’insulto alla memoria di una bambina e tutto ciò che la sua immagine rappresenta. Strana cosa il mondo degli adulti.

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