Serie A, tra sviluppo socio-economico e questione meridionale

Pubblicato il autore: Paolo Russo Segui


Il divario Nord-Sud è un problema che attanaglia la nostra cara Italia da più o meno 159 anni. La cosiddetta “questione meridionale” ha diviso il popolo italiano sin dall’origine della sua esistenza. Sebbene nella pratica si sia tentato di fare più o meno di tutto per cercare di alleviare questo divario socio-politico dettato dalla geografia, la cristallizzazione di questa teoria e l’umore dell’opinione pubblica, dettato dalla voglia di rivendicare egoisticamente le rispettive potenzialità e peculiarità, hanno spesso interposto un muro alla soluzione definitiva. Una domanda, per noi che ci occupiamo di sport, e nello specifico di calcio, sorge spontanea: esiste una questione meridionale nel calcio italiano? Rispondere a questa domanda non è affatto semplice. Occuparsi di un tema politico è già di per sé spinoso, figuriamoci se a tutto questo ci aggiungiamo anche un pallone che viene strapazzato a destra e sinistra di un manto erboso con la speranza di vincere a discapito di qualcun’altro. Ma ci ho voluto provare lo stesso, analizzando con scrupolosità la situazione e le vicissitudini di alcune società calcistiche del sud Italia e confrontandole con i risultati raggiunti dalle realtà nazionali del settentrione.

Esiste una questione meridionale nel calcio italiano?

Tutto è partito da questa semplice domanda: qual è stata la stagione di Serie A in cui ha militato il maggior numero di squadre meridionali? Questa domanda è a sua volta scaturita da una semplice riflessione sul fatto che la Serie A di quest’anno vede schierate solamente 3 squadre del sud Italia (Cagliari, Lecce e Napoli) mentre le restanti 17 squadre sono del centro Italia e in larga parte del nord Italia. Non ho voluto considerare Roma come centro-sud, come spesso qualcuno fa, a mio avviso sbagliando, per il semplice fatto che Roma non ha un carattere nordico né tantomeno meridionale. Poi, in quanto Capitale d’Italia, conserva sicuramente uno status differente rispetto ad altre realtà limitrofe.

Insomma, domande che generano domande: esiste una “questione meridionale” nel calcio italiano? Probabilmente non troveremo risposte, ma solo altre domande, perché per scovare la verità bisogna andare a fondo, molto a fondo.

Il calcio tra differenze geo-culturali

Negli ultimi anni abbiamo avuto un sorprendente exploit di piccole società meridionali che si sono fatte largo per la prima volta nel calcio moderno della Serie A. Penso a Benevento, Crotone e Frosinone. Sebbene siamo stati tutti bene o male colpiti dal fatto che fossero delle piccole realtà provinciali, quel che fa più riflettere, a mio avviso, non è la loro fattuale dimensione, ma più che altro una ragione qualitativa e di sviluppo che vede le piccole realtà meridionali sì in crescita, ma mai quanto le pari livello del nord.

Quel che emerge dal nostro immaginario è che il settentrione sembra avere una cultura calcistica più strutturata, competitiva, legata al business, mentre il calcio di origine meridionale sembra rimanere più legato alla periferia, alla cultura della strada e dell'”aspetta che sta passando una macchina“, alle sedie di plastica o alle bottiglie d’acqua che fungono da pali della porta e al suono rimbombante dei Super Santos che impattano sulle mura ingrigite dei condomini. Da una parte l’organizzazione, dall’altra il caos. Quel caos che spesso, però, tramuta nella poesia, come nei casi delle più leggendarie gesta eroiche narrate dagli oratori classici dell’Antica Grecia o della Roma Imperiale.

Il progetto “Frosinone”

Tornando alla nostra sfera temporale e tematica, l’unica realtà che pare abbia voluto lasciare il segno, distinguendosi e mettendosi in mostra tra le varie provinciali del sud, è il Frosinone che ha fiutato l’occasione della storica promozione in Serie A per sviluppare un modello di comunicazione e di marketing moderno, ha saputo costituire un’identità frusinate di impatto nazionale e, non di meno, ha costruito uno stadiogioiello, da prendere come esempio in tutta Italia“. E queste non sono le parole di un imparziale Presidente del Frosinone Maurizio Stirpe, ma del Presidente del CONI Giovanni Malagò che, tra l’altro, nella stessa occasione ha puntualizzato come molti presidenti “hanno preferito investire, quando c’erano più soldi e avevano il vento in poppa, nell’ennesimo calciatore e non a pensare ad una casa nuova. Se si pensa a fare solo il risultato sportivo – asserì Malagò – questa non è una buona cultura sportiva.”

Questo modello di sviluppo, oltre chiaramente agli investimenti sulla rosa, ha fatto sì che la squadra ciociara oggi possa navigare con solidità tra Serie A e Serie B, tenendo conto del fatto che, fino a pochi anni addietro, il Frosinone aveva un’anonima tradizione sportiva di squadra da Serie D e Serie C. C’è da chiedersi allora il perché molti presidenti non facciano copiosi investimenti nelle proprie e per le proprie società di calcio. Il progetto “Frosinone” non è stato solo uno stadio preso e piazzato sconsideratamente in un punto qualsiasi della città, anzi. Quello stadio ha allontanato il degrado dalle periferie, ha portato necessariamente al miglioramento delle infrastrutture circostanti, dei servizi di trasporto pubblico, alla creazione di un nuovo spazio sociale, anzi di due dal momento che il vecchio stadio “Matusa” è stato smantellato e poi riconvertito a parco e a nuova zona residenziale. Di conseguenza, tutto questo ha attivato un meccanismo di investimenti pubblici e privati che sono andati in favore di tutti i cittadini e che si è reso necessario, se non obbligatorio, per non rendere il progetto ciociaro un deludente fuoco di paglia, una di quelle abitudinarie false illusioni.

Storia e numeri sulle squadre del sud in Serie A

Per allontanare la pesantezza delle troppe domande e riflessioni, soffermiamoci ora sulle risposte al merito sportivo, riavvicinandoci al focus del nostro discorso in termini di dati. Il sogno di vedere un campionato geograficamente più bilanciato non dico sia utopia, ma neanche la sorpresa dietro l’angolo. Per vedere una discreta quantità di squadre del sud e centro-sud (Roma e Lazio escluse) nel massimo campionato di Serie A dobbiamo tornare indietro nel tempo nemmeno di troppo, in realtà. Nella stagione 2008-2009 abbiamo avuto ben 6 squadre del sud (Napoli, Lecce, Cagliari, Reggina, Palermo e Catania), così come nella stagione 2010-2011 (Napoli, Bari, Lecce, Cagliari, Palermo e Catania) con una percentuale relativa al 30% del totale delle 20 squadre di Serie A. Per vedere una percentuale maggiore di presenze del sud però, dobbiamo tornare indietro di ben 41 anni: nella stagione 1979-1980, quando la classifica si metteva a disposizione di 16 squadre, erano 5 i club del sud e centro-sud (Napoli, Avellino, Cagliari, Pescara e Catanzaro) presenti con una percentuale del 31,5%. Insomma, la nostra Serie A si è rivelata, per tradizione, una competizione settentrionale. E questo spiega il perché solo rare ed eccezionali volte gli ospiti del sud abbiano potuto sedersi al tavolo di questo ristorante d’élite senza pagare il conto, ovvero ricevendo sostanziosi premi per le vittorie di scudetti e trofei nazionali vari.

Il rapporto tra comuni settentrionali e meridionali riguardo il numero di partecipazioni in Serie A, dalla sua istituzione nel 1929, rende ancor di più la differenza. Dalla stagione 1929-1930 fino a quella attuale 2019-2020, i comuni del nord Italia che hanno preso parte almeno una volta alla Serie A sono 43 mentre 16 sono quelli del centro-sud e sud Italia: Napoli (74), Cagliari (40), Bari (30), Palermo (29), Catania (17), Lecce (16), Foggia (11), Avellino (10), Reggina (9), Catanzaro (7), Pescara (7), Messina (5), Crotone (2), Frosinone (2), Salernitana (2), Benevento (1).

Ma il dato più sconcertante, che più rende l’idea del divario geo-sportivo, è il numero di partecipazioni per regione o, meglio, per aree geografiche: le squadre del sud Italia hanno un numero totale di partecipazioni alla Serie A pari a 262, le squadre del solo nord Italia contano invece un totale di ben 1100 partecipazioni. Il numero è “gonfiato” anche per via delle innumerevoli provinciali del nord Italia che la Serie A ha ospitato dal 1929 ad oggi, senza levare il merito di questo grande numero, ovviamente, a squadre di lunga tradizione come Juventus, Inter e Milan.

Questione meridionale: le grida del sud

Quel che si può dire, dopo aver preso coscienza dell’impatto numerico derivante dalla realtà dei fatti, è che parlare di “questione meridionale” del calcio, ad oggi, vuol dire dover pretendere di più dagli uomini che “fanno” il calcio. E se oggi il calcio lo fanno i soldi, è giusto e doveroso che chi investe in questo sport non lo faccia solo per un mero tornaconto personale di portafoglio e d’immagine. Anzi, seguendo il dibattito tra Governo ed istituzioni calcistiche sulla controversa ripresa dei campionati, oggi più che mai ci si rende conto di quanto il calcio sia una realtà economica, sociale e culturale in tutto e per tutto. Il calcio viene oggi definito un veicolo di rinascita per l’Italia post-Coronavirus, ma si deve per prima cosa realizzare che una rinascita non avviene con gli stessi valori e gli stessi strumenti del periodo precedente da cui ci si intende allontanare.

Bisogna sapersi chiedere perché il calcio del sud è sempre sull’orlo del baratro, tra società, anche storiche, che ogni anno devono fare i conti con il rischio fallimento (vedi Avellino, Bari, Foggia, Messina, Palermo), non potendo così programmare un futuro stabile e sereno. Oggi investire nelle medio-piccole realtà del sud vuol dire assumersi dei rischi, accollarsi debiti su debiti contratti da gestioni precedenti che hanno operato sconsideratamente e senza la logica della prospettiva e del ruolo sociale che è affibbiato al calcio.

C’è davvero bisogno di un’inversione di marcia, culturale in primis, e di far ripartire il sud Italia anche da questa prospettiva. Il sud non è solo Napoli e Napoli non deve essere l’unico centro meritevole di attenzione in ambito sportivo e calcistico. La voce del sud non la fa una sola città: il sud deve unirsi in coro per per far valere la propria voce.

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