Da Moratti a Zhang, il destino del presidente-tifoso

Pubblicato il autore: ENRICO PICONE Segui



Crisi, difficoltà e incertezze
che affliggono le società non condividono sempre le stesse ragioni. Bisogna che si guardi oltre il bilancio, interrogarsi sul significato che l’imprenditore attribuisce alla propria impresa. La storia dell’Inter è un manuale di riferimento, che può dirci molto sul quel rapporto squadra-presidente che le immense proporzioni del mercato calcistico di oggi relegano gradualmente nell’ombra del passato.

Moratti e Zhang sono distanti vent’anni nella storia del club, entrambi si sono fregiati con uno scudetto che è stato accolto come la fine di una interminabile castità, entrambi condividono il cruccio di dover fornire a chi le pretende spiegazioni sullo stato dei conti. La preoccupante differenza fra i due presidenti si spiega a partire dai tempi e dalle modalità con cui si sono presentate le difficoltà gestionali

Da Moratti a Zhang

Per Moratti la strada fu subito in salita. Gli investimenti smaniosi riflettevano la sua profonda convinzione di riuscire ad assicurare un futuro radioso alla squadra e ai tifosi. Ma di quel futuro non si riusciva neppure a farne una speranza. Dopo dieci anni di presidenza Moratti, la delusione cresceva proporzionalmente agli investimenti.

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A guardare bene, Moratti è stato uno dei più sinceri presidenti-tifosi che ancora oggi commuovono i tifosi più romantici. Mario Sconcerti ha scritto di come Moratti continuasse «a pagare con soddisfazione. Non considerava quei soldi una spesa, ma un investimento sulle emozioni, un vero e proprio sentimento. È il suo modo per stare al centro della vita».

Accadde poi che i tifosi interisti dedussero che le ragioni della loro impotenza sportiva derivasse da un Sistema corrotto, organizzato per assicurare a una sola squadra di poter vincere sempre e comunque. La spiegazione sanava la reputazione desolante di cui soffriva Moratti, responsabile de facto dei peggiori risultati ottenuti da un presidente interista dal 1930.

Tutto cambiò a metà strada, dopo dieci anni Moratti si superava, portando la squadra oltre il confine della vittoria, lì dove si costruiscono gli imperi. 8 sconfitte su 114 partite giocate, il triplete, la consapevolezza di essere i migliori, e forse di esserlo sempre stati. Sul piano gestionale, erano vittorie irrazionali.

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Le puntuali ricapitalizzazioni di Moratti permettevano di continuare a sognare, ma i sogni non figurano tra le voci di bilancio. Nel 2013, capì che era giunto il momento di fare una scelta inevitabile: tirarsi fuori dai giochi e sperare che chiunque sedesse sulla sua poltrona avesse lo stesso talento di saper fare la cosa sbagliata al momento giusto, in barba all’ortodossia gestionale.

Da Zhang a…

Non sarebbe poi una forzatura leggere l’impresa di Zhang in continuità con quella di Moratti. Se non fosse che per l’uomo di Suning la crisi arriva alla fine di una grande e anelata conquista. Lo sforzo economico che ha trasformato il sogno in realtà ha avuto conseguenze immediate (unitamente a questioni più complesse) accendendo le luci in piena serata, mentre tutti ancora ballavano felicemente. A lasciare i locali è stata l’anima della festa, colui che l’aveva resa possibile.

Qualunque nome dopo quello di Conte non poteva che essere considerato un passo indietro, ma Simone Inzaghi resta un ottimo allenatore. Non è stato accolto con lo stesso scetticismo riservato ad Allegri nel suo post-Conte alla Juventus, ma Zhang può ben sperare che le sorti siano quantomeno simili. Allegri però è tornato, e non vuol far altro che vincere, senza dare troppo peso agli schemi.

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Lo scudetto di Zhang sembra derivare da un irremovibile do ut des, viene subito privato dell’invulnerabilità di cui hanno goduto i nove scudetti consecutivi della Juve. Il gioco adesso si fa duro, l’imprenditore lo conosciamo, solo il tempo potrà dirci che tipo di presidente è stato.

L’aneddoto

Nel 1997 Moratti versò quaranta miliardi di lire nelle casse del Barcellona per portare Ronaldo in neroazzurro. Pare che un giorno la moglie gli chiese se non fosse stato meglio darli a chi soffriva, sicché Moratti prontamente rispose: «dimmi tu, chi soffre più degli interisti?».

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